venerdì 17 febbraio 2012

SOGGETTO ESEMPLARE PER UN FILM: "LA TAVERNETTA" di Umberto Joackim Barbera

Nella foto: "Ritratto alla Clowness Cha-U-Kao"
adattamento di Joackinder
con cartello d'offerta immobiliare
per la vendita della casa in  cui nacque 
con il cui ricavato acquistò e studiò il dipinto di Toulouse Lautrec


Il giorno 12 febbraio 2012 l'autore Umberto Joackim Barbera, in arte "Joackinder", ha terminato di scrivere il soggetto provvisorio dal titolo "La Tavernetta", un testo da trattare per realizzare una sceneggiatura per un film da girarsi prevalentemente a Torino, Parigi e Bombay.

Si tratta di un soggetto unico nel suo genere, poiché correlato allo studio ed alla soluzione di enigmi pittorici individuati e risolti in due disegni colorati, opere autentiche dell'artista Henri de Toulouse Lautrec, pubblicati ai blog di riferimento ed a quelli ad esso collegati con link (salvo "L'avventura di Joackinder, scopritore del Graal" temporaneamente in opzione ad un produttore cinematografico).

La caratteristica peculiare del soggetto risiede nell'idea innovativa di far uscire l'artista dalla propria opera d'arte per un ideale temporaneo ritorno dal passato al tempo attuale, al fine di contestare errate perizie effettuate dalla sua Fondazione o dal Comitato di esperti che abbiano trasceso le finalità stesse della tutela del suo buon nome ed onorabilità.  Sarà quindi l'artista stesso ad affrontare i problemi del riconoscimento della sua identità in un mondo che lo ha già in gran parte dimenticato, ideando stratagemmi con creatività, e genialità, al fine di convincere il lettore del soggetto come lo spettatore del film circa l'autenticità indiscutibile delle sue opere.



La legittima proprietà delle opere di Henri de Toulouse Lautrec, essendo stata riconosciuta a Umberto Joackim Barbera dal Ministero dei Beni Culturali della Repubblica Italiana, consente da una parte di legare indissolubilmente questo soggetto cinematografico come prova testimoniale e documentale dell'autenticità delle opere, dall'altra parte  di creare un'opera unica nella sua correlazione e nel suo genere per cui non si possa realizzare il film senza avere il diritto di utilizzare le immagini dei dipinti in questione: "Il ritratto alla Clowness Cha-U-Kao" e "Jane Avril che danza nella Tavernetta".


Il disegno della Clowness, che fu supposto prigemino (1891) del pittore Henri de Toulouse Lautrec,  il giorno 12.1.2012 é stato esaminato e dichiarato autentico al 99% dal Conte Guillaume de Toulouse Lautrec, pronipote dell'artista

Le dimensioni del disegno di sinistra furono stampate errate sul "depliant" per evitare la riproduzione di copie conformi da parte di eventuali falsificatori: in realtà  le sue dimensioni sono maggiori di circa 1/3 rispetto a quelle della litografia successiva (1896).


Da sinistra: la dedica ad AB (Aristide Bruant)
la data in nero (1891), 
la firma in rosso (ideogramma)
e l'impressione della spilla,
le prove di autenticità.

Litografia esposta al pubblico
con colori alterati dal tempo

Copia commerciale

Rivisitazione commerciale
di Joackinder
"L'esperto al guinzaglio"

La "Tavernetta" era lo storico locale di Parigi che nel 1891 era gestito dal ballerino della domenica "Valentin le desossé" (Valentino il dinoccolato), celebre compagno di danza in coppia con la ballerina Jane Avril nella quadriglia con Aristide Bruant e la "Goulue".




Studio parziale - proprietà' privata
Famiglia armatori Niarcos

Il rebus visuale del primo grande disegno originario (sopra) é più complesso di quello della successiva "affiche" (sotto).

Nel grande disegno (cm.111 x 97) vi é infatti un doppio rebus: il primo é dietro alla mano in primo piano, il secondo é nella lettura delle tre ombre sul lato destro.

Nella foto: l'autore del soggetto
Umberto Joackim Barbera

Per ogni eventuale interessamento all'acquisizione dei diritti o alla valutazione del soggetto, vogliasi contattare Umberto Joackim Barbera, il cui profilo professionale é pubblicato al blog "Profilo di Umberto Joackim Barbera (vedi nella legenda qui a lato dx).

Esami multispettrali eseguiti
da specialisti professionisti.


PREMESSA


Gli specialisti, restauratori e docenti, fornirono conclusioni errate sostenendo che la patinatura della carta contenente "ossido di titanio" non avrebbe potuto essere effettuata prima del 1920, stante il fatto che l'estrazione sotto vuoto dell'ossido di titanio dai minerali Anastasio, Brookite e Rutilo (aventi legami stabili)  venne effettuata industrialmente solo nel 1920 (come da letteratura). Essi avevano dimenticato o non conoscevano che il minerale chiamato ILMENITE contiene "ossido di titanio". L'ilmenite, avendo invece legami instabili, consente di estrarre l'ossido di titanio sia sciogliendolo con acido cloridrico, sia al calore di una stufa. Questo procedimento empirico era noto fin dal 1865 e faceva parte del bagaglio di nozioni della "pittura segreta" su come ottenere colori candeggianti.

Gli studi effettuati sul disegno in oggetto, provano che l'artista Henri de Toulouse Lautrec avrebbe sperimentato nel 1891 la patinatura del foglio di carta intonso passandolo sul primo rullo della macchina da stampa costruita dal socio ing. Michele Manzi, inventore di una macchina da stampa.


Il primo rullo veniva normalmente unto con "crema d'ilmenite" avente non solo proprietà di candeggiamento ottico, ma anche quella di inumidire la carta al fine di impedire il formarsi di grinze e strappi nel processo di stampa. Il foglio, di pochi centimetri inferiore alle misure del primo rullo non venne pizzicato dalla rondelle laterali e, pertanto, venne evidentemente estratto prima di entrare nel processo di stampa poiché fu successivamente disegnato e colorato a mano libera dal H.T. Lautrec con pigmenti e non con inchiostri da stampa.

TESTO PROVVISORIO 
PRESENTA IL SOGGETTO PER FILM “LA TAVERNETTA” 
IDEATO E SCRITTO DA UMBERTO JOACKIM BARBERA 
(IN ARTE “JOACKINDER”).

PUBBLICATO SUL WEB  IL 12 .02.2012



"LA   TAVERNETTA"

Novembre 1891, viaggio di due amici di H.T.Lautrec in India, in visita a Madame H.P.Blawatsky, fondatrice di un Centro Teosofico in cui si studiano le antiche religioni e si praticano esperimenti spiritici e paranormali.
Una città brulicante di gente, strade che si incrociano in un dedalo di vicoli. Corre il mese di novembre quando la temperatura in India raggiunge valori estivi per gli occidentali. Due uomini vestiti in giacca coloniale, camicia immacolata e farfallino nero, mantengono il loro severo contegno benché accaldati. Chiedono informazioni guardandosi curiosi d’attorno.
Essi desiderano sapere dove sia ubicata la Società Teosofica di Madame Helena Petrovna Blavatsky, una donna russa trasferitasi in India per apprendere gli antichi misteri dei Veda.
Uno dei due uomini tiene in mano una fotografia che mostra ogni qual volta ferma un personaggio che ritenga appartenere ad una classe colta, trascurando i mendicanti più poveri e derelitti. Gli interpellati rispondono con gesti sconsolati finché un uomo vestito di bianco, con un grande turbante in testa, riconosce la fotografia e indica con la mano una grande casa poco distante, con un’architettura particolare. Ancora un piccolo sforzo ed i due uomini arrivano al portone che a loro sembra proprio essere quello riprodotto in primo piano sulla fotografia. Bussano e viene loro aperto. Sono accolti come se fossero attesi ed introdotti prima lungo un porticato d’un giardino interno e poi in una grande stanza quadrata dove un donna é intenta a tenere un discorso ad un gruppo di discepoli. 
“Credetemi: io sono la prova evidente che esiste la possibilità di procedere verso una forma di conoscenza, vita ed esperienza, al di là delle perplessità e del dubbio e nel contempo tanto risolutiva da poter sciogliere i problemi sempre più gravi ed incalzanti che insidiano la stessa esistenza umana”. Così Helena Petrovna Blavatsky aveva iniziato a parlare, sdraiata su un fianco, quasi adagiata su un lungo cuscino tessuto con fili d’oro e ricamato con simboli teosofici. “E parimenti io vi trasmetterò una forma di conoscenza che possiamo definire integrale essendo così obiettiva e universale, in quanto si conforma alla legge ed alla natura delle cose, e tanto soggettiva da poter mobilitare direttamente le forze vive dell’individuo che vedo essere in voi latenti ed inutilizzate”. Una ventina di donne erano sedute in cerchio attorno a Lei, vestite con tuniche di seta dai colori cangianti, le quali dondolavano il capo ritmicamente seguendo l’armonia d’una musica indiana di sottofondo.
La Blawatsky ad un tratto roteò i suoi grandi occhi verdi e, assumendo la posizione del fior di loto, seduta con le gambe raccolte ed incrociate, sillabò lentamente la seguente sequenza di sillabe:  < SA - RI - GA - MA - PA - DA - NI - SA >
I due ospiti si fermarono nell’ombra, dietro ad una colonna. Quello ch’era vestito d’un impeccabile abito inglese, sussurrò al suo vicino: “Cosa significa ciò? Si tratta di una magia?”. “No, Sir Loyd” - rispose l’altro pizzicando la erre alla francese - “ si tratta della scala della serie di note musicali indù i quali inventarono la gamma con le sue differenze di toni e semitoni molto prima dell’italiano Guido d’Arezzo”. “Davvero? E cos’altro?”
“La civiltà brahmanica fu imponente e sublime. E voi inglesi siete presuntuosi”.
La voce della Blawatsky si fece più forte: “ L’Uomo attraverserà l’universo ascendendo gradualmente e passando attraverso le rocce, le piante, i vermi, gli insetti, i pesci, i serpenti, le tartarughe, gli animali feroci, il bestiame e gli animali superiori... Questo é il grado inferiore!”. L’inglese proseguì sussurrando, per non disturbare la lezione: “Lei crede che Madame sia convinta di ciò che dice ? Noi inglesi fummo un tempo in un grado inferiore?”.Il francese rispose: “ Queste sono le trasformazioni dichiarate, dalla pianta a Brama, che avverranno in questo mondo, Madame Blawatsky sta citando un passo del primo libro di Manu, credo che non abbia alcun rancore apparente verso gli inglesi...”. Fecero lentamente due passi sempre restando nell’ombra. Il francese proseguì: “Pensate Sir Richard, anche il grande Platone copiò letteralmente dal sanscrito al greco i testi di Jaimini e Veda-Vyasa, un filosofo che visse 10.000 anni prima della nostra era. E qui che nacque la nostra civiltà occidentale”. L’inglese non si diede per vinto: “Strano destino di un secolo che si vanta di aver elevato la scienza esatta all’apice della fama e che adesso é invitato a tornare indietro nel tempo per incominciare da capo...”. “Saremo presto d’accordo - sussurrò il francese - poiché vi é un conflitto non soltanto imminente ma già in atto tra scienza e la teologia da un lato, e lo spirito con la sua antica scienza, la magia, dall’altro. Qualche cosa Madame Blawatsky l’ha già spiegato ma il più deve ancora venire”. La musica improvvisamente cessò e le donne che si dondolavano al suo ritmo si alzarono e silenziosamente si ritirarono al di là di una porta di legno finemente lavorata ed intagliata con figure d’elefanti e giumente. La Blawatsky fece un cenno ai suoi ospiti invitandoli ad avvicinarsi a lei. “La verità si nasconde nell’oscurità - disse facendo intendere di aver seguito i loro discorsi - i filosofi non hanno mai scritto in modo più ingannevole di quanto siano stati chiari, né in modo più veritiero di quanto siano stati oscuri. Da dove venite ed a che cosa devo la Sua visita in India, Monsieur Dupin?”.
“ Io vengo da Marsiglia, Madame. Sir Richard Loyd viene da Londra. Entrambi, oramai da diversi anni, frequentiamo la Società Teosofica di cui Lei si definisce la Segretaria Corrispondente. Siamo suoi seguaci, se così si possa dire...”. “La prego, Sir Richard, si accomodi” - disse la Blawaski indicando uno scomodo cuscino in terra. Quale mio insegnamento le é stato più congeniale tanto da metterlo in pratica?”.
Sir Richard, come uno scolaretto, rispose impettito: “ Non pronunciare mai le parole ‘ Io non conosco questo, quindi é falso’, ecco questa Sua massima, Madame, l’ho fatta mia anche se non sempre riesco ad attenermi ad essa con onestà intellettuale”. “Bene, bene - disse la Blawatsky - bisogna studiare per sapere, saper per capire e capire per giudicare”. Poi, rivolgendosi a all’altro ospite: “ E voi, Monsieur Dupin, quale richiesta mi sta portando nel suo cuore?”. Dupin si sentì preso alla sprovvista e portando la mano alla tasca interna della sua giacca, estrasse una busta postale. “Ecco Madame, qui ho una lettera di un artista di Parigi, Monsieur Henri de Toulouse Lautrec che mi disse di averla conosciuta e che Lei sola avrebbe capito il suo stato d’animo leggendo la lettera che Le porto in questa busta”. Dupin porse la busta a Madame Blawastky la quale non l’aprì, ma la posò delicatamente sul braciere d’incensi che aveva alla sua destra. La busta prese immediatamente fuoco lasciando sconcertati Dupin e Loyd. Essi avevano fatto un lungo viaggio in nave per portare una importante lettera a Madame Blawatsky. “Non necessita che io legga la lettera - disse sorridendo e compiaciuta di vederla bruciare. - So già cosa il Conte de Toulouse Lautrec mi abbia scritto nella lettera. Il pensiero viaggia più veloce di una goletta, e penetra dentro l’involucro della busta trattenendo il pensiero ivi trascritto e lasciando che l’involucro si dissolva”. Dupin e Loyd si guardarono come per interrogarsi sul contenuto della lettera che rimaneva a loro sconosciuto. Madame Blawatsky comprese il loro smarrimento e volle metterli a loro agio: “ Voi capirete, il Conte Lautrec mi chiede un aiuto a distanza, dall’India alla Francia con la sola forza del pensiero. Un potere che fu noto all’Abate Tritemio, voi in occidente lo chiamate il potere steganografico, cioé la capacità di trasmettere pensieri, quindi immagini e scritture a distanza. Ma io vi dimostrerò qualcosa di molto, molto più potente e magico”. Madame Blawatsky si alzò in piedi, goffa e grassa come conviene ad una donna potente e saggia, non avvezza a fatiche psico-fisiche che non siano quelle intellettuali. “Io farò in modo che ciò che il Conte Lautrec desidera, gli accada in modo imprevedibile, imprevisto, inconcepibile e straordinario e ciò lo soddisfi in amore, con amore e per amore”, quasi gridò mirando ad un punto imprecisato della stanza dal cui soffitto incominciarono a piovere petali di fiori. Dupin e Loyd stupefatti per lo straordinario fenomeno della pioggia floreale, continuavano a non capire. “L’amico Henri - disse riferendosi con voce melodiosa al Conte Lautrec - ha subito recentemente una importante delusione d’amore... Venite avvicinatevi, ora vedrete e saprete, saprete e capirete e solo dopo aver capito potrete giudicare...”. Dupin e Loyd si sorressero a vicenda tenendosi sottobraccio. I muri della stanza sembravano roteare attorno a loro. Il pavimento parve tremare in modo ondulatorio. Ma non si trattava di un terremoto ma di un cambiamento del loro stato di coscienza. Ad entrambi parve di essere spettatori di avvenimenti che contemporaneamente alla loro presenza in India, si stavano svolgendo nella lontana Francia e più precisamente a Parigi. “Ma dove mai siamo? A Londra? “ domandò con voce meno sicura Sir Richard. “A Paris - rispose Madame Blawatsky - a Parigi, la città fondata ‘par Isis’ e dedicata dai suoi abitanti ad Iside, la madre di Horos, l’occhio del sacro falco egizio: Iside nuota nel mare celeste della saggezza portando innanzi a sé la fiaccola della verità... mentre suo figlio Horos vede ed osserva ciò che accade nel mondo dei fenomeni in cui vivono gli Uomini...”.  Ed in un bagliore di fuoco apparve loro una stretta e lunga scala che sembrava salire verso il cielo; improvvisamente i lampi della fiamma scemarono lentamente lasciando meglio distinguere, sugli alti gradini di pietra, una scarpa ortopedica che lasciava un’orma bagnata dietro di sè, ad ogni gradino che faticosamente il piede saliva. 
Novembre 1891, a Parigi il pittore H.T.Lautrec subisce una disavventura d'amore e cerca una rivalsa alla "Tavernetta", un locale dove si beve, si balla e ci si incontra con gente di ogni estrazione sociale venendo a conoscenza, a volte, di piccanti segreti.
Il Conte Henri de Toulouse Lautrec sta salendo affannato una stretta scala di una vecchia casa di Parigi. Egli é nano, ha difficoltà a salire le scale per una disabilità alle gambe subita da ragazzo per due incidenti, una prima volta cadendo da cavallo, la seconda volta scivolando in un fosso nei campi. Il suo corpo dopo quegli incidenti, crebbe in modo deforme, le gambe corte e storte, il corpo lungo e la testa sproporzionata rispetto all’insieme. Tuttavia ha sviluppato una grande sensibilità che esprime nei suoi disegni dal tratto tutto particolare, i più eseguiti nei bordelli di Parigi, dove addirittura prese residenza per brevi periodi, oppure nelle taverne o nei locai notturni di Montmartre, come il Moulin Rouge. Il Conte Lautrec si ferma per riposare al secondo piano, ha in mano un mazzo di fiori. Guarda alle sue spalle. Nessuno lo segue. Guarda la scala che sale e sospira.
“Ancora un piano e poi sarà tutto compiuto - pensa tra sé e se - busserò alla porta, Lei mi verrà ad aprire, io entrerò offrendole questi fiori, poi mi avvicinerò al camino e ponendo le mani sullo schienale della poltrona Fabergé e cercherò di stare bene eretto e fermo sulle gambe. Mi schiarirò la voce e le rivelerò il mio amore per Lei. Ed infine, guardandola negli occhi, Le chiederò di sposarmi. Coraggio, ora salgo al terzo piano”. Dopo gli ultimi interminabili scalini, ecco giunto alla porta dell’amata. Meglio per non sbagliarsi, leggere la targa d’ottone incisa al centro della porta: “Valadon”. Dall’appartamento provengono dei rumori, un chiacchierio, delle risa. Lui porge l’orecchio ed ascolta. Una voce femminile a lui conosciuta e cara, sta parlando con un’altra donna. “Sai mamma, sono molto felice. Henri dovrebbe giungere a momenti, l’ho visto in strada con un mazzo di fiori!”.  “Figlia mia, sei proprio sicura di sposare quel ricco mostro claudicante? Potresti avere da lui un nano neppure capace di disegnare come il padre, pensa che disastro!”. “Ma che vuoi mamma, é tanto carino con me e poi non sta affatto bene di salute. Henri beve e soffre di gotta. Ogni tanto sviene o cade in delirio. Basterà farlo bere la sera e non ci saranno problemi ed io sarò sistemata finalmente e mi chiameranno Contessa Lautrec! Ah Ah... Contessa, contessa della bella Testa di tartaruga, ah ah...”. Il Conte Lautrec sbiancò in volto e le gambe gli tremarono. Come osava questa donna chiamarlo “Tete de tortue”, come poteva questa donna alla quale Egli avrebbe voluto dichiarare il suo amore al fine di sposarla, avere per lui una considerazione così poco rispettosa. Pensando a ciò, il Conte si passava la mano sulla propria testa effettivamente grande ed appariscente ma contenente un “cocktail” di conoscenze e di abilità al disegno sproporzionate rispetto alla Valadon, mediocre pittrice e ritrattista. No, Mademoiselle Valadon non sarebbe mai stata la Contessa de Toulouse Lautrec, non ne avrebbe mai avuto  né la stoffa né la classe per rappresentare la sua storica famiglia. Il cuore gli pulsava incontrollato, la bocca gli si fece improvvisamente secca. La mano gli scivolò nella tasca alla ricerca della piccola borraccia d’argento contenente il liquore consolatore. Un sorso, un’altro ancora. Poi gettati i fiori a terra, davanti alla porta della “Valadon”, volse le spalle e riprese a scendere le scale mentre le lacrime incominciarono a scendergli copiose sul volto. Non appena giunto in strada, trovò la forza di fare un gesto per chiamare un uomo che per mezzo Luigi (la moneta corrente) si era prestato a tenergli pronto il calesse. La prima neve di fine novembre aveva anticipato l’inverno e cadeva a falde lente e le strade di Parigi erano impraticabili. I cavalli procedevano con fatica con la neve ai garretti e le ruote dei carri erano spinte da manovali di ogni età i quali chiedevano monete o pane per il loro servizio. Il Conte Lautrec salì sul calesse e prese da solo le redini della nera giovane cavalla dalla criniera e coda bionda. Seduto in alto sulla poltroncina, preso il frustino in mano, diede uno schiocco e la cavalla s’avviò per un tragitto che già conosceva. La cavalla si fermò da sola ad un certo punto di “Rue de la conquete”, poco distante da “Avenue Gambetta”, ed il Conte discese calandosi con qualche difficoltà dal suo calesse. Poi si avvicinò al collo dell’animale per prendere il morso quando la cavalla fece uno scarto col muso. Il Conte Lautrec, sbilanciato cercò di appoggiarsi al bastone da passeggio, quindi scivolò sul ghiaccio sprofondando in un cumulo di neve dove rimase a gambe all’aria chiedendo a gran voce “Aiuto, per cortesia, aiuto !” . Dalla porta di un locale uscì un uomo imponente e grossolano che pareva un gigante vicino alla corporatura di Lautrec. Quest’uomo sollevò dalla neve il Conte Lautrec prendendolo in braccio come un bambino e sculacciandolo con piacere, quasi divertendosi, per levargli la neve dai pantaloni: “Voilà, siete salvo Signor Conte, siete giunto a casa vostra! Benvenuto nel più chiassoso locale di Francia, “La Tavernetta” ! L’entrata del Conte Lautrec nella “Tavernetta” fu salutata da sventolio di “foulards” e da grida allegre, “Salute Henrì!”... “Jane, Jane, dove sei? E’ arrivato il tuo amico pittore!”... mentre il Conte Lautrec veniva portato quasi in trionfo tutto d'attorno al perimetro della pista da ballo, pavimentata con lunghe tavelle di legno sulle quali le scarpe invernali, chiodate sul tacco, producevano un rumore sordo e pesante da cui aveva preso il nome un ballo chiassoso chiamato “Cha-U-Kao”, tratto dalla contrazione delle parole “chabots et caos” (zoccoli e caos). “Questo rumore di ‘chabots’ mi impone di bere un calice di buon vino Chablìs!” scherzò come sempre il Conte Lautrec. “Mi dispiace Signor Conte - rispose il cameriere  seguendo il piccolo corteo d’amici che seguiva il Conte portato in braccio dal gigante - Mi dispiace davvero ! Abbiamo esaurito il poco vino francese che tenevamo in cantina. La guerra avuta dai nostri nonni con i russi-prussiani, l’invasione subita, l’armistizio di Bismark col Generele Fleury, le guerre di Napoleone ... tutte le vigne distrutte per anni ed anni... e poi il tempo inclemente per tutto il mese di ottobre, i prezzi troppo cari, non per Lei ma per la nostra clientela... Monsieur Valentin, il proprietario, ha deciso di servire solo vino d’importazione, abbiamo ricevuto un carico dall’Italia... mi permetto di suggerirLe un vino straordinario, allegro, frizzante e che assolutamente non tradisce le gambe, Signor Conte. Le proporrei un fiasco di buon Barbera! ...“. Il Conte fece cenno di portare il fiasco benché non parve del tutto convinto avendo mantenuto un’espressione da funerale. “Ah, Valentin le desossé, il disarticolato... non sa più cosa propinarmi, lo so che vorrebbe avvelenarmi - borbottò il Conte Lautrec - lo credo bene, non gli dev’essere piaciuto il mio manifesto in cui ho dato pari spazio a “La Goulue”, la ballerina che primeggia con Jane Avril nel ballo della quadriglia...” così continuava nel frastuono generale mentre veniva adagiato al suo solito posto, ad un tavolo di prima fila dal quale egli avrebbe potuto eccitarsi osservando dalla posizione più adatta la calza nera (chaussette) della gamba alzata della sua cara amica Jane Avril, la celebre prima ballerina del Moulin Rouge, la quale durante il giorno si esibiva alla “Tavernetta”. Jane era una magnifica donna, alta e slanciata, con lunghi capelli biondi ed un carattere focoso che ricordava al Conte Lautrec quello della sua cavallina. “Benvenuto caro Henri - gli sussurrò all’orecchio Jane raggiungendolo alle spalle e sistemandogli con un gesto di amichevole intimità la spilla del suo foulard. Quindi lo baciò sulla guancia lasciandogli il colore del suo rossetto. “Cosa c’é oggi che non va... cos’é questa espressione triste, forse é morta la tua futura suocera?” scherzò Jane cogliendo nel segno, conoscendo l’animo perfido della madre della comune amica Valadon. “Cara Jane, tu mi dimostri di avere una sensibilità ed una capacità di preveggenza pari a quella di Madame Blawatsky - le rispose il Conte invitandola a sedere al tavolo, - é andata come tu dici ed infatti per me le Valadon sono morte tutte e due, madre e figlia”. Quindi, si rivolse al cameriere: “ Ragazzo, ma allora quando arriva il fiasco di Barbera, senza il ghiaccio sul quale sono scivolato? Per cortesia, porta anche due calici. Jane ed io potremmo dimenticare le nostre tristezze... n’est pas ?” Non appena Jane si accomodò ed ebbe sistemato la sua lunga gonna accavallando la gamba e mostrando il suo lucido stivale di pelle nera, l’occhio del Conte riprese la sua vitalità e, presa con le mani la sedia sul quale era seduto, diede alcuni colpi di reni per avvicinarsi a saltelli verso il tavolo sul quale appoggiò i gomiti per sentirsi più saldo. Le sue corte gambe non arrivavano al palchetto ma dondolavano dallo sgabello ed inavvertitamente, da sotto la tovaglia, con un piede diede un colpo allo stivale della ballerina. Un segnale inequivocabile, il classico “but de pied” (idea del piede) con cui si chiedeva con discrezione la disponibilità alla donna di poter avere un rapporto sessuale impellente. Jane non ne fu sorpresa ma certamente non si sarebbe aspettata un approccio così immediato senza neppure attendere che i calici di vino fossero riempiti e senza aver brindato alla rispettiva felicità. “Caro Henri... - disse rischiando una maggiore confidenza, guardandolo negli occhi e prendendogli le mani tra le sue - ma non é ancora arrivato il mese di Aprile!” facendo anche lei un sottile gioco di parole con il proprio cognome Avril ed il nome del mese in cui, nel primo giorno del mese, era d’obbligo fare uno scherzo alla migliore amica. Questi giochi di parole piacevano molto al Conte Lautrec, ai quali dava un valore superiore alla semplice battuta, riconoscendo in essi una manifestazione dello spirito umano che, secondo l’affascinante tesi della Blawastky, si differenziava da quello degli animali e degli uomini inferiori, evidentemente incapaci di rivoltare le disgrazie nei loro aspetti positivi così come si rivoltano i calzini. “Così tu mi piaci, Jane, io brindo a te, con te e... per me anche se siamo solo a novembre. Oggi é il giorno 24, il giorno del mio compleanno...”, alzando il fiasco di vetro e paglia e versando il denso vino rosso Barbera in due calici di vetro che alzò per un brindisi: “Prima di bere occorre che io ti ringraziarti per la deliziosa e piccolissima boccetta d’argento che mi hai regalato, ma a che scopo?”. 
“Ci metterai dentro l’inchiostro per firmare la nota spese della mia bustaia!” gli rispose Jane ridendo. “Certamente! Anche per le tue magnifiche calze nere!” aggiunse ammiccando con lo sguardo alle gambe di di Jane. “Allora tutto sarà permesso... - aggiunse lei con un sorriso ed assaggiando il vino color sangue di toro -... ma prima ballerò per te!”. Jane abbandonò il tavolo per unirsi ai ballerini sulla pista, lasciando una scia di eccitante profumo dietro di sé. Il complesso musicale che si esercitava nel pomeriggio alla Tavernetta aveva preso posto sul palchetto laterale ed aveva iniziato a suonare le prime note di un ballo nostalgico, la “Ballata di San Pietroburgo”, che veniva cantata in coro, tutti assieme tenuti l’un l’altro a braccetto, con un ritornello che ripeteva: “...ed il segreto lo scoprirai quando ci arriverai...”. I frequentatori della Taverna partecipavano alla ballata tenendo un bicchiere pieno in mano e battendo tutti assieme rumorosamente i piedi sul tavolato in legno, senza porsi troppe domande sul significato delle parole. I più credevano che il segreto da scoprire fosse quello nascosto sotto le gonne delle compagne di ballo e solo i più eruditi ne conoscevano il recondito significato: il segreto sarebbe stato scoperto dagli invasori russi quando sarebbero tornati a San Pietroburgo! E siccome nel ripetere il ritornello finale si doveva alzare il bicchiere davanti a sé e berlo tutto di un fiato, il segreto sarebbe stato nascosto in uno storico Calice, quello del presunto Graal, che l’ex imperatrice di Francia, Josephine Beauharnais-Bonaparte, la moglie ripudiata da Napoleone, avrebbe venduto allo Zar di Russia, il biondo giovane e bello Zar Alessandro I° Romanov che si bisbigliava fosse divenuto il suo amante. Su questa storia segreta c’era motivo per scherzarci su, rappresentando una verità scomoda per la Chiesa, a giudicare dalle precauzione raccomandate sia dall’Abate di Notre Dame, sia da Monsieur Chevalier, il Gran Maestro della Loggia massonica di Parigi. Buon pane per i denti del Conte Toulouse Lautrec il quale ebbe l’ispirazione di farsi portare un grande foglio usato per i pacchi sul quale cogliere al volo la sua ispirazione mossa dagli effetti del buon vino Barbera, che continuava a bere tracannando un bicchiere dietro l’altro, non meno che dalla immagine di Jane Avril che gli balenava alla mente, mentre in prima fila proprio di fronte a lui, alzava al momento giusto in alto la gamba e la gonna mostrandogli per un brevissimo periodo la “chaussette noire”, non la calza nera ma quella cosa nera che le donne buone e cattive nascondono indistintamente in mezzo alle loro gambe negando attimi di piacere e di consolazione ai veri Uomini, quelli che piacciono anche a Madame Blawatsky. Il grande foglio venne disteso su tutta la tavola e mentre il folto gruppo di ballerini e ballerine battevano i piedi ed alzavano la gamba al ritmo della “Ballata di San Pietroburgo”, il Conte T. Lautrec prese a tracciare con la sicurezza della sua matita nera il ritratto alla bella Jane colta nell’atto di alzare la gamba lanciando in alto la sua gonna; quindi disegnò il pavimento a palchetto, poi un’arma aborigena che parve un “boomerang” che caratterizzò con la testa di Iside, forse pensando a Madame Blawatsky; poi, dopo un attimo di sosta, s’inventò il disegno di un piccolo rebus che disegnò alla base del foglio, tracannando l’ennesimo bicchiere di vino: disegnò poi una testa di tartaruga, forse pensando a quanto aveva sentito dire dalla Valadon alla sua mancata suocera, seguita dal disegno d’una scarpa, forse pensando al suo piede infermo che ancora gli doleva per la fatica provata nel salire le scale; infine disegnò il profilo della Principessa Matilde, la nipote di Napoleone, colei che aveva inventato una caccia al tesoro la cui meta sarebbe stata la scoperta di un segreto dei Re Borbone: l’esistenza del Calice del Graal ! Questo gioco di società era stato molto seguito ma altrettanto tenuto segreto per non rivelare apertamente la tesi realista con la quale si sosteneva che il Delfino di Francia, il Capeto Re Luigi XVII, non era morto nel Tempio, come sostenevano i legittimisti, ma vittima di un sopruso di Stato era sopravvissuto senza essere riconosciuto dalla sua amata sorella scampata alla ghigliottina sotto la quale erano stati invece giustiziati dai rivoluzionari i loro genitori: la loro Madre l’imperatrice Maria Antonietta d’Austria ed il loro padre, il Re Luigi XVI. La storia di Francia raccontata tra un bicchiere di vino Barbera ed una gamba alzata a donare da una parte una piccante visione, mentre dall’altra parte il pittore Conte Lautrec che con un colpo di reni spostava lateralmente lo sgabello sul quale sedeva continuando a disegnare il grande foglio, alto quasi un metro e lungo più di un metro, intento a scriverci bene in vista il nome del locale parigino: “La Tavernetta”. 
“E’ ben grande questo foglio da disegno...” sentì dire da uno sconosciuto alle sue spalle; “ ...é quasi lungo come tutta la sala da ballo...”. Ed un altro ancora: “E’ un foglio delle misure adatte per un nano, non trova?”. Ma i lazzi e le battute scherzose non fermarono la mano dell’artista. Egli disegnò anche il profilo di una enigmatica donna che proiettava la sua ombra nella parte del foglio ancora intonso, forse a significare un grido sul suo segreto, quindi si sporse verso la fine del tavolo e del foglio dove disegnò la testa di un toro, l’animale sacro a Iside, per un ultimo omaggio a Madame Blawatsky, prima di perdere l’equilibrio e cadere pesantemente dallo sgabello sul pavimento e lasciando in parte incompiuto il suo grande disegno. Il rumore della sua caduta creò un certo scompiglio ed il cameriere colse l’occasione per liberare il tavolo ed arrotolare il disegno, mentre il Conte Lautrec, dolorante per la caduta e barcollante per il troppo vino bevuto, venne accompagnato in una stanzetta riservata e fatto sedere su una poltroncina detta “la comoda”, poiché costruita con la funzione di poter far sedere comodamente un gentiluomo da una parte, consentendo alla dama di sedersi a cavalcioni sopra le sue gambe, di fronte all’uomo, per soddisfare le ultime dolci parole voluttuose pronunciate dal Conte: “ Le vin Barbera c’est bon, c’est bon... mais la chaussette noire... la chose est noire... je l’aime beaucoup”.... (= il vino Barbera é buono, ma la calza, la cosa é nera ... io l’amo molto). Il cameriere, da parte sua raggiante per il trofeo sottratto dal tavolo del Conte Lautrec, corse ad attaccare il foglio così disegnato alla grande bacheca esposta all’entrata del locale, in modo che ciascun avventore potesse attaccarci sopra, con una puntina da disegno, i messaggi di compra vendita di piccoli oggetti, le offerte d’abiti usati e gli immancabili appuntamenti degli innamorati. 
Novembre 2011, oltre cent'anni dopo accadde a Torino. Un dipinto di H.T.Lautrec subisce l'ostracismo dei galleristi.
Joackim Barbera era un uomo come tanti, forse con qualcosa in meno. Discendeva da una grande famiglia di ebrei sefarditi, con diramazioni importanti ed un certo peso finanziario più dei suoi cugini che il proprio. Dopo una vita avventurosa si avvicinava all’età della pensione, un sicurezza che di anno in anno veniva spostata da aggiornamenti di legge sempre in avanti, come in un gioco senza fine, per cui già pensava che non sarebbe mai più andato in pensione e che, quindi, avrebbe dovuto trovare un lavoro con cui potersi mantenere dentista e minestrine nella vecchiaia. Guardandosi d’attorno, la prima cosa che vide fu un dipinto appeso al muro della sua camera, un quadro di dimensioni tali per cui suo padre lo aveva utilizzato in tempo di guerra come fosse stata la testiera del proprio letto “alla francese”, largo una piazza e mezza, e che, per meglio proteggerlo dalle razzie dei ladri, lo aveva ricoperto da un tessuto di seta dipinta da un pittore italiano meno conosciuto, Michele Cascella, un amico e frequentatore degli impressionisti di Parigi. L’espediente fu utile il giorno in cui la sua abitazione venne perquisita dai soldati tedeschi i quali non s’avvidero della testiera del letto e non sequestrarono l’opera d’arte nascosta dalla imbottitura. Il dipinto sottostante la seta, secondo quanto diceva suo padre, sarebbe stato di un grande e nobile pittore francese, il Conte Henri de Toulouse Lautrec, eseguito a Parigi cent’anni prima. Sempre secondo quanto suo padre gli aveva raccontato, questo dipinto del Lautrec era da considerarsi un’opera molto importante per il fatto di essere stata una “premiére” eseguita dall’artista sul tavolo del celebre locale “La tavernetta” di Parigi, dove si riunivano gli intenditori di vino italiano, Chianti, Barbera, Nebbiolo e Barbaresco, i quattro vini rossi dell’Apocalisse. Tuttavia nessun esperto d’arte aveva ritenuto di concedergli una “expertise “ di autenticità, non osando anteporsi al “Comitato Toulouse Lautrec” di Parigi. Il Comitato Toulouse Lautrec era stato costituito alla morte dell’artista e da allora era costituito dalla Direttrice del Museo d’Albi, il Museo dedicato alle opere di Toulouse  Lautrec fondato per volontà della Madre dell’artista, e da alcuni Galleristi di Parigi, ritenuti competenti intenditori d’arte, come la Galleria Brame & Lorenceau che fungeva anche da riferimento degli altri mercanti e collezionisti.
Joackim incominciò a pensare che solo ottenendo il riconoscimento di autenticità di questo disegno, avrebbe potuto realizzare dalla sua vendita tanto denaro da poter passare una serena vecchiaia.  Un bel giorno egli prese il disegno che era incollato su un rigido cartone d’epoca, lo imballò per bene e si recò da un importante Gallerista di Torino per sottoporlo alla sua attenzione. “Un disegno inedito di Toulouse Lautrec? E come diavolo lo possiede Lei? - gli chiese il Gallerista. “Si rende conto che un disegno di queste dimensione, se fosse autentico e quindi riconosciuto dal Comitato, varrebbe non meno di 15 milioni di Euro? Dovrebbe ora spiegarmi la sua provenienza, da chi suo padre o suo nonno l’avrebbe acquistato, documentarmi la ricevuta fiscale dell’acquisto, la dichiarazione di possesso rilasciata al Ministero Italiano dei Beni Culturali, il riconoscimento Ministeriale della legittima sua proprietà, eventualmente anche la licenza di esportazione per sottoporlo a una verifica da parte del Comitato Lautrec a Parigi... perché Lei dovrebbe sapere che noi mercanti diamo più importanza al certificato di “expertise” che alla qualità, poiché dovendola rivendere, noi non ragioniamo con l’affetto e la passione di un collezionista. A noi mercanti, della qualità dell’opera d’arte o della sua importanza o significato, della sua valenza storica o addirittura della leggenda che a quest’opera sarebbe stata data dallo stesso artista, non ce ne può importare di meno di un fico secco. A me Gallerista interessa solo ed esclusivamente la “expertise” di autenticità e nient’altro!”. Così dicendo il gallerista si accasciò sulla sua poltroncina prendendo nervosamente a seguire un gioco di carte, credo un poker alla teresina, giocato a tu per tu con il suo computer. “Mi scusi se la disturbo distraendola dalla sua scaletta minima - cercò di interloquire Joackim - ma Lei vuole scherzare o dice queste imbecillità sul serio? Lei vuole farmi credere di commerciare in certificati di autenticità prima che in opere d’arte?”.
La espressione “imbecillità” fece sobbalzare sulla poltroncina il Gallerista che tornò a prestare attenzione al nuovo cliente portatore di indicibili verità. “Certo che sì - rispose levandosi gli occhiali - senza expertise di qualità e catalogazione il dipinto é fuori mercato, varrebbe come il chiodo al quale può appenderlo al muro. Le consiglio di prendere nota e di fare eseguire, se crede che possano essere utili, delle fotografie professionali a colori ed in bianco e nero, eventualmente anche uno studio foto-tecnico ai raggi X, cioé una radiografia, poi una fotografia UV ai raggi ultravioletti che servono per evidenziare ritocchi o firme non coeve; poi una foto IR, cioè infrarossa, che serve per vedere se sotto ad un velo di pittura spesso da 0.5 a 1.5 micron si possano scoprire eventuali indizi sottostanti; quindi sottoponga l’opera ad una fotografia inter-negativa come quella effettuata sulla Sindone di Torino ed infine faccia eseguire una fotografia con la luce radente ed un’altra col falso colore. Ah..., non dimentichi di far eseguire un esame multi-spettrale automatico col raggio laser, che serve per identificare su ciascun punto colore preso in esame quanti e quali elettroni ruotino attorno al nucleo, così da identificare la natura del pigmento o dell’inchiostro; ciò Le consentirebbe di determinare senza errore se si trattò di un disegno o di una stampa. Se infine volesse superare se stesso, potrebbe commissionare anche una stratografia col computer, un esame che si effettua su una piccola porzione del foglio da disegno e che consente di determinarne gli strati del colore e quindi l’eventuale tipo di patinatura della carta eventualmente effettuata con candeggianti ottici. E badi, se si trovasse come elemento primario di patinatura un velo di ossido di titanio, questa sarebbe la prova della falsità dell’opera poiché questo minerale venne estratto col procedimento industriale solo dopo il 1920 fatto per cui il suo disegno non potrebbe essere del 1891...”.  “Ad ogni buon conto - proseguì il Gallerista - alla fine della ricerca ciò che conterà sarà solo ed esclusivamente il parere dell’esperto che si pronuncerà a nome del Comitato perché Lei deve sapere, caro Signore, che a volte il Comitato neppure si riunisce. Ciò che conta alla fine sono i soldoni! “ così concluse facendo scorrere il pollice sull’indice della sua mano destra e battendo l’altra mano sulla tasca della giacca.
Dopo un attimo di silenzio Joackim smise di scrivere gli appunti ed alzò la testa: “Se io Le fornissi tutto questo materiale foto-tecnico realizzato a mie spese e magari anche gli esami del DNA dell’artista tratto da un suo capello rintracciato in materia sul disegno, Lei potrebbe occuparsi di ottenere la “expertise” dall’esperto francese ed occuparsi poi della vendita dell’opera guadagnando la Sua normale provvigione?” - chiese Joackim.
“Normale? Cosa intende per normale? Non c’é una provvigione normale poiché tutto dipende dalla difficoltà del lavoro che io debba svolgere” - cercò di spiegare il Gallerista. “Veda, un dipinto di questa importanza, dato e non concesso che non sia una semplice copia fatta da un pittore cinese, imitatore eccellente ed indistinguibile, non si vende di certo con una telefonata, ma occorre avere la sensibilità del contatto col cliente acquirente, conoscerne i gusti, le affinità, le debolezze e soprattutto la capacità di spesa. Io potrei proporlo direttamente al Re del Quatar, se lo conoscessi, oppure ad un abbiente collezionista che sia un cliente di un’altro mio collega antiquario di Londra ed in questo caso a guadagnarci dovremmo essere in due oltre a coloro che rilasciano la expertise. Si metta l’animo in pace, quando Lei ricevesse il 10% del prezzo di vendita dell’opera d’arte, potrebbe considerarsi fortunato”.
“Ma per venderlo al 10% del suo valore, allora tutto il lavoro di analisi e di studio dovrebbe essere effettuato dagli esperti che dovrebbero lavorare ad indagare l’opera d’arte, di certo  non dal cliente, non Le pare?” chiese Joackim.
“Ma cosa dice... L’esperto non ha assolutamente bisogno di tutti questi esami scientifici sull’opera. E’ lei che vuole fare gli esami per essere certo di presentare all’esperto un’opera sinceramente riconducibile ad una certa scuola di pittura, soprattutto che sia dell’epoca ed eseguito con le tecniche di allora... All’esperto basta il suo fiuto, il suo colpo d’occhio. Lei fuma il sigaro o la pipa? Ebbene é come riconoscere il profumo del tabacco al primo fiuto. E’ un questione di esperienza, di sensibilità. Ecco la parola giusta che non trovavo. La sensibilità, gli uomini d’arte, soprattutto se sono gay, hanno una sensibilità tutta particolare. E poi Lei che si chiama Barbera, un nome d’un vino, suvvia queste cose dovrebbe saperle. L’assaggiatore di vino si affida al fiuto ed al palato, ne distingue il gusto ed il retrogusto, la rotondità e lo spessore. Così l’esperto d’arte accreditato é indiscutibilmente l’unico a potersi esprimere senza alcuna discussione o confronto con altri su un’opera d’arte perché lui se la beve come un bicchier di vino! ”.
“Ah, capisco, se é così... ma... non mi faccia ridere con tutte queste corbellerie!” esplose Joackim divenendo tutto rosso in viso e sentendosi rivoltare l’intestino. “Ma é mai possibile che si tratta sempre di aria fritta? Non vede anche Lei che quest’opera é evidentemente un’opera di Toulouse Lautrec, poiché ne ha la sua mano nel tratto rotondo e deciso, ne ha il suo carattere nella composizione dei giochi di parole visualmente ordinati in modo che  avessero potuto essere letti e riconosciuti ed infine... guardi, guardi qui!” disse Joackim indicando il rebus sottostante al disegno: “La téte de tortue”... “La testa di tartaruga, come lo chiamavano gli amici poiché lui era nano con la testa grossa, un gioco di parole per significare anche la predisposizione di un gioco ben difeso da coloro che lo avevano organizzato! Un gioco ben difeso da un doppio giuramento, dalla simulazione e dalla menzogna, come diceva il poeta Apollinaire” sentenziò Joackim fresco di studi di storia dell’arte. ”Quindi siamo seri e mi dica: Lei non starà per caso in questo momento prendendosi gioco di me?”.“Un gioco? “ esclamò il Gallerista tralasciando il gioco del poker alla teresina al quale era ritornato ad interessarsi, quasi a voler dimostrare il proprio distacco dalla conversazione che avrebbe dovuto intrattenere con più educata cortesia. 
“ Io vado matto per i giochi soprattutto se sono un piacevole passatempo... faccia vedere... quella dovrebbe essere la testa di una tartaruga? A me pare più una scarpa...” disse il Gallerista.  “No, non guardi la scarpa ma osservi la testa della tartaruga che c’é sopra la scarpa... eccola! Tra la scarpa e la testa di serpente...riesce a vederla?”. “Mi dispiace, quella la vede solo Lei!. Io semmai vedo una mosca che é appena volata via!”, rise il Gallerista. “Lei, caro Signore, può vedere quello che vuole anche gli indiani d’America ma ciò che conta é il profumo, ha capito? Il profumo!” disse il Gallerista puntando i pugni sul tavolo, facendo forza sulle braccia e sporgendosi fino a metà del tavolo verso Joackim ch’era dall’altra parte, il quale a sua volta puntò anch’egli i suoi pugni sul tavolo sporgendosi verso il Gallerista. Fu una questione di un lungo momento in cui le due fronti quasi si toccarono e gli occhi irrorati dal sangue si incrociarono a distanza ravvicinata, come si trattasse del confronto di due lottatori al loro primo incontro di lotta libera. E tanto fu la tensione e la contrazione muscolare nel ventre di Joackim che nella stanza risuonò un lungo ed interminabile peto che sembrava non avere mai fine, come fosse alimentato dalla Gazprom russa... Il Gallerista, sorpreso e sconcertato, finalmente comprese il senso della sua espressione “profumo” e non riuscì che a sibilare: “Queste, Signore, saranno le sue ultime parole!”. E l’incontro si concluse con Joackim furente, accompagnato alla porta della Galleria da una segretaria solerte la quale rimase di sale sentendo il cliente imprecare contro gli esperti d’arte e tutti i santi, fin dall’altra parte della strada.

Novembre 1894 a Parigi (al Moulin Rouge), H.T.Lautrec a Jane Avril, una storia d'amore ed un viaggio nel tempo..
Il Conte Henri de Toulouse Lautrec é seduto ad un tavolino con la prima ballerina Jane Avril, pronta per entrare in scena. Il loro comportamento é divenuto assai più affettuoso tuttavia con una certa discrezione. La madre dell’artista non ha piacere che suo figlio continui a frequentare i bordelli di Parigi prendendovi addirittura alloggio per lunghi periodi e condividendo le esperienze erotiche e sentimentali delle ragazze professioniste e vedrebbe con maggior piacere che suo figlio intraprendesse un viaggio che lo distogliesse dalle cattive compagnie. “Allora quando partiremo per l’Italia?” chiese civettuola Jane ad Henri. “Mia cara, non credo che in questo mio stato di salute io possa permettermi un faticoso viaggio in carrozza attraverso le Alpi. Il traforo del Sempione é per ora solo un progetto e ci vorranno ancora dieci anni prima che venga inaugurato!” si schernì Henri. “Dieci anni! Sono troppi per me, Henri, tra dieci anni sarò vecchia e non ti piacerò più... Potremmo allora volare in Italia con il gran pallone, deve essere una esperienza eccitante!”. “Oh, che fantasia... e che freddo a quelle altezze... immagina i ghiacciai del Monte Bianco, potremmo atterrare tra i crepacci...” rispose Henri incominciando a disegnare su un altro grande foglio, ritraendo un’amica comune, la ballerina Clowness Cha-U-Kao seduta su uno scranno poco distante, con le gambe aperte e disinvolte e con un’aria triste e sconsolata. “Ma come sei bravo Henri. Stai ritraendo Cha-U-Kao in modo assai somigliante. Potremmo portare anche Lei in Italia, che ne dici? In fondo con quell’espressione un pò così ci potrebbe divertire...” lo punzecchiò Jane un pò gelosa.
“ Per tornare a farla sorridere ci vorrebbe un bel giochetto - disse tra se e se il Conte Lautrec - magari portarla con noi... poi nasconderla... ed infine farla ritrovare dopo cent’anni...” - e così dicendo fece gli ultimi tratti dando un pò di bianco ai capelli ed un forte giallo alla camicetta. “Ecco fatto... Jane, mi puoi dare il tuo rossetto, dovrei darle un pò di rosso”. Jane frugò nel suo borsellino egli porse il rossetto, divertita: “E’ un bel rosso vivace, un rosso indiano, porta fortuna e felicità, me lo ha inviato Madame Blawatsky da Bombay con i suoi saluti”. “Un rosso indiano? Il colore dei Veda, adatto per i giochi di magia - disse Henri ritoccando prima la bocca e poi l’occhio della clowness”. “Perché mai il rossetto nell’occhio?” chiese Jane incuriosita. “Per segnare il simbolo della Dea Iside, quella che vede e provvede ciò che accade nel mondo dei fenomeni improbabili. La Blawatsky insegna che é possibile col segno conferire potere al disegno. Ora ti spiego cosa potrebbe accadere. Io penso fortemente che questo disegno che avrei voluto donare ad Aristide Bruant, appena avesse terminato il suo numero di cantante, sia destinato ad essere da lui dimenticato in modo che io possa riprenderlo e nasconderlo per gioco affinché qualcuno, non saprei dire chi, lo ritrovasse tra cent’anni, e non ti saprei dire ora dove. Sarebbe una grande sorpresa qualora il gioco si risolvesse veramente col ritrovamento del disegno dopo la mia morte, soprattutto se a ritrovarlo fossi nuovamente io  magari risorto...”, rise Henri posando i colori e fregandosi le mani.
“Ma a che scopo fare questo gioco?” chiese Jane sempre più seriamente mentre Henri si sfilava dal foulard la spilla adornata da una piccolo zaffiro rotondo finemente intagliato, il suo porta fortuna, diceva lui. Poi, dopo l’ennesimo cocktail all’assenzio, prese la spilla ed intintala nel sugo rosso di una pizzetta, la premette sul foglio da disegno vicino ad un particolare ideogramma, un cinesismo che solo lui avrebbe potuto riconoscere. Troppo intento a terminare il suo capolavoro, Henri tardava a rispondere a Jane. “Ecco fatto, ora manca solo un altro piccolo inganno per mettere fuori strada un eventuale falsario...” disse tra se e se dando un ultimo ritocco al tacco della scarpa della ballerina: “Voilà, con questa sottolineatura alla scarpa sembra che il suo piede si muova, vero? Ah ah, vuol dire che sarà il primo “but de pied” della storia dell’arte fatto da una donna!”. Questa idea sembrava divertirlo molto. “Con questa trovata diventerò un gigante!” esclamò felice per poi diventare serio e concentrato nel disegnare un piccolo dito indice proprio sotto la scarpa, un dito che indicava lo stesso punto, sul margine del foglio da disegno, dove puntava la scarpa della ballerina e dove scrisse in piccolo il numero 5 con un sottile pennino che intinse più volte in una boccetta d’argento contenente inchiostro di china nera, una boccetta che Jane gli aveva regalato l’anno prima nel giorno del suo compleanno. “Tra cinque o cent’anni io sarò certamente morto e, come spero, sarò felice nell’al di là tra cocktail gustosi e buoni e simpatici amici, magari ancora con te cara Jane per amarci tra le soffici nubi e quindi, per ammazzare il tempo, potremmo divertirci a far ritrovare i miei disegni nascosti sulla terra, ah ah...” rise il Conte dando una pacca sl sedere alla ballerina. “Bellissima idea, Henri! Così dimostrerai una vota per tutte l’esistenza dell’al di là! - esclamò Jane - ... e la smetterai di mettermi sempre le mani addosso!”. “Bene, ora avresti una possibilità per venire con me nell’al di là... oltre le Alpi, se Madame Blawastsky ci desse una mano. Dicono che sia capace di cose incredibili, come quella di far viaggiare i suoi amici nello spazio e nel tempo... di spostarli da una città all’altra”. disse Henri guardando il soffitto. “E’ vero, me lo hanno assicurato due miei amici giunti pochi giorni fa dall’India, Hanno visto Madame Blawatsky che ha dato loro una bottiglietta di elisir... mi hanno detto che basta berne un sorso ed esprimere un desiderio... eccola, l’avevo messa assieme al rossetto nel mio borsellino”, e così dicendo porge ad Henri una bottiglietta a forma di palloncino. “E’ buffa vero?”  “E’ vero, sembra un pallone aerostatico...”. Henri prende la bottiglietta bombata e la apre. Poi l’annusa. “Sembra un buon liquore, a base di liquirizia... posso assaggiare?”. “Non da solo, questo dobbiamo berlo assieme, poi si vedrà. Non vorrei mai trovarmi sul monte Bianco da sola” rise Jane porgendo due bicchierini. Henri versa il contenuto in parti uguali. Poi si accorge che ne avanzano poche gocce. “Queste le prendo io, per compensarmi di aver terminato questo bel ritratto”, disse dopo aver arrotolato il foglio mettendoselo sotto il braccio come se si approntasse a partire per un viaggio. “Alla salute!” disse Henri alzando i bicchiere. “Alla salute!” rispose Jane. E  bevvero nello stesso istante in cui tutto capitò.
Novembre 2011 (in una villa sulla collina di Torino). L'arrivo inatteso di H.T.Lautrec e Jane Avril, un viaggio in avanti nel tempo. Passeggiata romantica nella bella città di Torino, ma come farsi riconoscere?
La luna rischiarava la camera da letto nella penombra. La città di Torino, con la sua Mole ed il suo fiume Po, era illuminata da mille luci. Era il 24 novembre, una delle prime giornate in cui ci si doveva vestire un po’ più pesanti. Non solo l’inverno stava arrivando, ma qualcosa era nell’aria, come quando si attende un evento imprevedibile. Joackim dissimulava una certa tensione ansiosa, canticchiando “La Ballata di San Pietroburgo”, una canzone che aveva registrato in una collezione di canzoni francesi dell’epoca.
Al muro, sopra al letto, non più come una testiera di letto ricoperta ma come una vera opera d’arte, era appeso il grande quadro di Toulouse Lautrec dove primeggiava la ballerina Jane Avril mentre alzava la gamba ballando la quadriglia nella “Tavernetta” di Parigi. Joackim con una mano mosse le tende della finestra per guardare la magnifica serata, mentre con l’altra mano tamburellò sul vetro per seguire il ritmo della ballata. Improvvisamente un rumore sordo come se il quadro alle sue spalle fosse caduto sul letto. Un tonfo, una coperta che si muove, uno stivale nero che si agita da sotto le coperte, una gamba che appare ed infine una magnifica ragazza bionda, più spaventata di lui.
“Aiuto, cosa succede... “- gridò la ragazza allarmata. “Mammaaaa! “ gridò Joackim come se fosse tornato ragazzino e appiattendosi con le spalle all’armadio. Entrambi si guardavano terrorizzati non riuscendo a comprendere se la scena fosse una allucinazione o se fosse reale. “Mio Dio, Henri, dove sei?” si guardò intorno Jane con gli occhi fuori di sé. Un altro rumore sordo si sentì provenire da dentro l’armadio, e qualcuno che bussava forte dal suo interno; “Aprite, aprite! Sono qui, sono Henri! Joackim era esterrefatto. Non trovò risposta più intelligente di domandare con più voce avesse in gola: “Henri?? Henri chi ???” - aprendo l’armadio e scostandosi con un balzo. La porta dell’armadio si aprì e con gran flemma e con voce calma che tranquillizzò sia Jane che Joackim, uscì un uomo piccolo di statura, con i capelli neri ed una barbetta nera, gli occhi visti in una testa grande come quella di una tartaruga! E sotto il braccio, teneva un foglio di disegno arrotolato. “Calma Signori. Sono il Conte Henri de Toulouse Lautrec, in missione!”. A Jane mancarono le gambe e si accasciò sul letto mentre Joackim sbiancò come un bianco d’uovo. Il Conte Lautrec si guardò d’attorno, guardò fuori dalla finestra e rivoltosi verso Joackim disse: “Magnifica serata. Posso bere un buon cocktail, Signore?”. Poi puntando il dito vero il quadro appeso al muro confermò: “Ah, lo riconosco al 99%, questo disegno lo feci io!” e si volse sorridente e contento come una Pasqua verso Joackim tendendogli l’altra mano. Aveva una mano forte e calda, come se emanasse una forza magnetica particolare, un soggetto certamente adatto ad un esperimento di mesmerismo. “Sono lieto di conoscerLa Signor Lautrec” disse Joackim. “Conte Lautrec... lo chiami Conte, lui ci tiene” gli sussurrò Jane, rassettandosi la gonna e raccogliendoci a ‘chignon’ i lunghi capelli. “Io mi chiamo Joackim, Signor Conte, si accomodi nel salotto... Lei vorrà scusare la mia impertinenza,  ma da quanto tempo Lei si nascondeva nel mio armadio e quando vi siete introdotti in casa mia senza che me ne accorgessi?” gli chiese Joackim stravolto dalla sorpresa. 
“Signor Joackim, non saprei risponderLe ma anzi, vorrei chiederLe dove Lei mi abbia raccolto, forse ero ubriaco caduto in strada? Devo ammettere che a volte Jane ed io esageriamo nel bere e ci capitano cose strane, vero cara?” “Non so che dirti, caro Henri. Hai fatto tutto tu..., stavi disegnando che hop-là, siamo andati tutti e due nel pallone!”. “Nella mongolfiera?”  chiese Henri sorpreso... “non me ne sono neppure accorto. Non avrei mai pensato che fosse un vettore così veloce con destinazione a domicilio. Ecco il mio disegno, Joackim, lo accetti come la mia ricompensa per il suo disturbo, La prego”. E così dicendo distese il disegno sul tavolo del salotto aiutato da Jane, sempre premurosa ed attenta “Ma io ho già visto questo disegno - esclamò Joackim indicando un libro su uno scaffale - guardi, lo stesso ritratto é pubblicato sulla copertina di questo libro edito dalla Skirà, una società di Milano”. “Milano? Lei parla della città italiana dove Leonardo da Vinci realizzò il monumento in bronzo della più grande cavalla dopo quello di Troia? Siamo forse giunti a Milano” chiese il Conte pulendosi gli occhiali. “No Conte Lautrec, Lei ora si trova a Torino, la piccola Parigi” precisò Joackim. “Mais ouì, la capitale del Regno d’Italia, la nostra Savoia! La città dove producono i busti più alla moda, Henri, potremo fare acquisti!” cinguettò Jane. Nel frattempo Henri aveva preso in mano il libro indicato da Joackim e stava osservandone il disegno pubblicato sulla copertina. “Eccola qui la copia litografica! Ad un esperto come Lei, Joackim, non sarà sfuggita la differenza: a parte la dimensione della copia litografica, oltre la metà del mio disegno originale, qui io non scrissi il numero 5 bensì il numero 2. Pochi lo sanno, ma per non fare mai un disegno preparatorio oltre ai soliti cinque, io parto a contarli dal cinque per poi passare al 4, al 3, al 2 ed all’ 1 e via! Come alla partenza delle corse dei cavalli! Questo aneddoto lo raccontai un giorno il mio amico Degas alle corse con la contessa Fleury-Bartholomé, tu la conosci Jane?”. “Mais ouì, lo sanno tutti, é la moglie del suo migliore amico, lo accompagna sempre... non solo alle corse, mio caro”. “Povero Degas, fu proprio in questa città, a Torino, che suo padre il banchiere de Gas venne colpito da un ictus celebrale durante un viaggio in carrozza da Parigi a Napoli, dove la sua famiglia era originaria. Suo figlio Edgar, il mio amico pittore e fotografo, cercò suo padre per mari e monti finché lo trovò morente proprio a Torino...” disse il Conte toccandosi il cavallo dei pantaloni. “Siamo per caso già morti?” domandò allarmata Jane.”Non mi pare - continuò il Conte toccandosi da tutte le parti - mi pare di essere tutto sano e sempre nel mio corpo. Ma mi dica, Joackim, che strane scarpe Lei indossa, con una suola assai particolare che non avevo mai visto prima. Sono per caso delle scarpe ortopediche più comode di quelle che indosso io? Vede, queste mie scarpe Le ho acquistate questa mattina a Parigi”. “Questa mattina? Ma allora Lei ha preso il "TeGeVe" freccia rossa, il treno super veloce” arguì Joackim. “Impossibile, io odio le locomotive a vapore, sporcano di carbone gli abiti ed i disegni e, come vede, i nostri abiti sono puliti, non hanno affrontato alcun viaggio, ed il foglio di carta non ha tracce di carbone”. “ Già, noi siamo qui grazie alla pozione di Madame Blawatsky! “ concluse raggiante Jane... “ed io mi sono ritrovata in un attimo nel suo letto, Joackim...”. “Fortunatissimo, Signora Jane”, disse Joackim accennando ad un galante baciamano. “Non credo che il sortilegio di Madame Blawatsky, la miglior medium vivente, ora in India, possa concederci molto tempo, a giudicare dalla quantità che ci rimane della pozione, appena sufficiente per il viaggio di ritorno, quindi per togliere il disturbo - disse il Conte Lautrec - a meno che non s’abbia da fare qui qualcosa d’importante per Joackim”. “Oh, certo che sì, capitate a fagiolo! Avrei un desiderio che potreste esaudire... e ve ne sarei molto grato.”. Henri e Jane stettero in silenzio in attesa di conoscere il desiderio da poter esaudire. “Emh, ehm...- si schiarì la voce Joackim non ancora del tutto ripresosi dallo spavento e dalla straordinaria situazione - mi stavo giusto domandando chi avesse potuto darmi una mano per ottenere l’autenticazione del mio quadro “La Tavernetta”, quello che e attaccato al muro sopra il mio letto e che Lei Henri ha riconosciuto come suo al 99% !”, “Mais oui, anche io l’ho riconosciuto, é la prima cosa che ho visto quando mi sono ritrovata nel suo letto! Henri lo disegnò alla mia presenza quel giorno che mi prese seduto sulla comoda, la poltrona dell’amore...- confermò Jane - allora io potrei confermare il 2% mancante e Lei Joackim potrebbe dimostrarne l’autenticità al 101% ! Che bella idea! Si Henri, potresti davvero aiutarlo: solo tu che lo hai disegnato potresti mettergli la tua sigla HTL e garantire personalmente l’autenticità del disegno, n’est pas?”. L’idea piacque a tutti e tre, e come moschettieri del Re essi si prepararono ad uscire. “Non c’é tempo da perdere, la missione ci aspetta” sancì il Conte, ed uscirono. “Joackim, che diavolo é mai questa strana carrozza? E dov’é il cavallo?” domandò il Conte Lautrec sedendosi con difficoltà nell’abitacolo dell’autovettura, una Jaguar rossa, ed aggrappandosi spaventato alle cinture di sicurezza scambiate per le redini. Il Conte non aveva mai visto un’autovettura e non voleva crederci, tuttavia fu lesto a comprendere come funzionasse. “Io non potrei mai arrivare alla pedaliera con le mie gambe corte“ commentò sconsolato cercando di restare in piedi attaccato al finestrino per osservare tutte le novità di questo nostro secolo. Passando nei pressi dei Murazzi del fiume Po, Jane esclamò: “ Regarde Henri, le bateau mouche! ”. Presto giunsero nella bella piazza Cavour dove Joackim entrò, seguito da Henri e Jane, con aria trionfante nella Galleria d’arte dov’era già stato deluso e cacciato. “Buongiorno, ho una bella sorpresa per Lei! -  disse entrando nello studio del gallerista - ho il piacere di presentarLe il Conte Toulouse Lautrec, l’artista che eseguì il dipinto de “La tavernetta” di cui Lei mi invitò ad indagare approfonditamente. Come può constatare, ho fatto del mio meglio...”. Il Conte Lautrec fece un cenno di saluto non corrisposto dal Gallerista che invece lo osservò come se avesse visto entrare un marziano. Dopo un attimo di imbarazzo, il Gallerista li invitò ad accomodarsi con un gesto della mano. “Il nipote immagino... - disse - voglio dire che Lei non sarebbe Henri, l’artista, ma il suo nipote, l’unico parente vivente, mi pare in Svizzera”. “ Oh no, Signore, io sono l’artista, mi chiamo Henri de Toulouse Lautrec. Secondo Lei io avrei un nipote? Jane, hai ben sentito? Le presento Jane Avril, la Signora é una ballerina parigina”. Il Gallerista parve stare al gioco: “Ah, riconosco una certa somiglianza con la ballerina ritratta... sembra pure indossare il medesimo vestito...”. “Mais oui, Lei vorrà scusarmi - disse Jane - ma il viaggio é stato così istantaneo che non ho avuto il tempo neppure di cambiarmi d’abito...”. “Signor Lautrec, cosa potrei fare per Lei? “ gli chiese il Gallerista. “Conte Lautrec, Conte...” suggerì Jane. “Il Conte Toulouse Lautrec é qui con me per autenticare il dipinto che fece proprio lui” disse Joackim con tono fiero. “Ah, capisco, questo é uno scherzo divertente! - disse il Gallerista battendo le mani - Bravo, bravo, certo che non vi manca la fantasia... Ah, ah, il Conte Lautrec personalmente... che idea! Ma dove é riuscito  trovare un sosia così somigliante e, voglia scusarmi, pure nano... perfettamente n a n o o o o... da non credere!”. Quindi, cambiando espressione ed assumendo un’aria truce, il Gallerista girò la poltrona dando le spalle al Conte Lautrec ed avviando repentinamente il gioco del “poker” sul suo computer, nella cui videata apparvero due Jolly, una donna e due assi. Il Conte Lautrec confabulò velocemente con Jane e poi disse: “Se potessi dire la mia, con una doppia coppia Le suggerirei di chiedere tre carte per avere maggiori probabilità di fare poker”. Il Gallerista volse il capo guardandolo di traverso agli occhiali: “Lei dice? E chi mi garantisce che Lei sia un esperto in calcolo combinatorio? Forse me lo garantisce la Signora che l’accompagna?”. E così dicendo chiese tre carte al computer ottenendo due jolly e un asso”. “Come Le dicevo, come le dicevo!” saltello sulle gambette il Conte Lautrec. “Sa cosa Le dico? - riprese il Gallerista - incomincio a crederLe. E cosa mi dice allora del dipinto La Tavernetta? Vero o falso?”. “Se io fossi un bugiardo, Signore, non Le direi che é autentico ma Le direi che é stato fatto da un altro artista amico del nostro amico Joackim, magari dalla persona che Lei crede essere il mio sosia. Sono invece lieto di poterLe dire in tutta sincerità che il dipinto in questione é stato fatto dal Conte Toulouse Lautrec in persona, appunto da me qui presente che lo riconosce fatto da sé medesimo al 99% lasciando a Lei il piacere di riconoscerlo autentico per il restante 1% !” esordì il Conte Lautrec salendo su uno sgabello. Il Gallerista si passò una mano sul viso e spense il computer, quindi sillabò lentamente: “Scusi... potrebbe ripetere? Magari in modo più semplice così che io possa capire”. “Il Conte Lautrec dice di aver dipinto questo disegno e di riconoscerlo autentico al 99% per lasciare a Lei il piacere minimo e la soddisfazione massima, appunto dell’ 1% !”, cercò di sintetizzare con efficacia Jane accavallando le gambe e mostrando il suo lungo stivale nero. “Non vede? Anche lo stivale é lo stesso!”. “E se Lei permette, anche la ‘chose noire’, la chose est noire, cioé la chaussette noire, la calza nera é nera come la sua cosa nera...” interloquì beffardo il Conte Lautrec, mostrando di conoscere il gioco di parole sotteso al dipinto.”Jane, puoi fare vedere al Signor Gallerista come alzi la gamba durante il ballo?”. “No, no... per carità, La credo sulla parola, Signora Avril, ma non posso esprimermi sul restante 1% perché rimango del mio parere che si tratti di una copia successiva alle litografie eseguite dl Manzi nel 1896, e con ciò non avrei più niente da aggiungere. Spetta a Lei Joackim, trovare chi voglia assumersi la responsabilità di dichiarare questo disegno autentico anche solo all’ 1 %!”. “Ma come si permette? - sbottò il Conte Lautrec - Lei osa dubitare che io non sia il vero Conte Henri de Toulouse Lautrec? Ah, se avessi portato qui con me il mio amico Michele, il mio socio nella stamperia di Parigi, la Societé Michele ing. Manzi, dove stampavamo i manifesti, lui sì che avrebbe potuto confermarlo, era con me quella sera alla Tavernetta quando lasciammo un biglietto affisso con una puntina da disegno sul mio disegno originale che era esposto all’ingresso della Taverna !”. “Bravo il Conte Lautrec, ora tira fuori la carta dell’ing. Manzi, l’inventore della macchina da stampa...” esclamò il Gallerista. “Manzi... Manzi... un nome che mi dice qualcosa...- disse Joackim - Ah, sì, conosco un certo Arch. Guido Manzi, abita qui a Torino... ha lo studio d’architettura qui a Torino, non distante da qui.  Che lui sia il nipote del Michele Manzi ?”. Joackim, Henri e Jane si guardarono come presi dalla stessa idea. “Andiamo dal Manzi, non abbiamo altro tempo da perdere!” disse il Conte Lautrec che parve trasformarsi in un volitivo Napoleone. “Allons-y !”. E voltarono i tacchi ed uscirono gli uni dopo l’altra. “Avremo problemi di parcheggio - disse Joackim - ci conviene fare due passi per il giardino Cavour, passare per il giardino della fontana e raggiungere la piazza del Conservatorio, quindi prenderemo la metropolitana e dopo due fermate saremo arrivati”. “Due passi per voi, per me sono otto” - disse trotterellando il Conte Lautrec, comunque visto che a Parigi nevica mentre qui c’é il sole, possiamo fare questa passeggiata”....“Potremmo bere qualcosa in un ‘bistrot’? - chiese Jane prendendo la mano di Henri e guardandosi d’attorno - Come trovo romantico questo giardino! E che bella fontana, non trovi Henri? Questa città é proprio una piccola Parigi...”. “Mi sembra di esserci già stato da queste parti, ho una strana sensazione come se vivessi in un sogno” sussurrò Henri a Jane. “Anche per me é la stessa cosa. Quand’ero piccola sognavo di sposarmi in una città che non conoscevo...”. “Sposarti? Che idea originale - scherzò Lautrec - magari con Madame Helene Blawatsky come testimone di nozze...”. “Ma é come se Helene fosse qui, mon cherì”, disse Jane mentre il Conte Lautrec alzava il braccio per cingerle la vita e mentre Joackim era intento a telefonare con l’ i-Phone per anticipare la loro visita. “Siamo fortunati, l’arch. Guido Manzi ci aspetta”, disse loro mentre attraversavano la Piazza del Conservatorio (Piazza Bodoni). Il Conte Lautrec si fermò come estasiato: “Guarda Jane, anche qui c’é un cavallo!”. “Dove?” chiese Jane. “Lassù, sul monumento!” indico Henri. Ancora un isolato e scesero nella metropolitana. Il Conte Lautrec non faceva che ripetere: “Mais c’est fantastique!”, non avendo mai visto niente di simile. Entrarono nella vettura di testa del treno metropolitano. Il Conte Lautrec chiese a Joackim: “Ma dov’é le chauffeur?”. “Non c’é nessun guidatore, il treno va da solo”. “Da solo? Ah, dovrò scriverlo a Madame Blawatsky!” mentre un passeggero si alzò per lasciargli il posto riservato ai disabili. Raggiante il Conte si rivolse a Jane e disse: “Vedi mia cara? Qui mi riconoscono!”.
Novembre 2011, Torino, H.T.Lautrec  visita lo studio dell’‘arch. Manzi, il pronipote del suo socio di cent'anni prima.
La segretaria fece accomodare i tre amici, Joackim, Henri e Jane, in un grande salone arredato con statue romane ed opere d’arte, tra le quali, alla parete, un pastello di Edgar Degas. “Ma quel dipinto io l’ho già visto! Era nel salotto del mio amico Edgar Degas. E’ il ritratto di sua sorella Maguerite! Cosa ci fa qui? Non posso crederci. Il dipinto era a Parigi solo due giorni fa!” - esclamo il Conte Lautrec. “Joackim, s’il vous plait, può aiutarmi a vederlo meglio?”. Joackim gli porse i suoi occhiali da vista. “Non intendevo questo, vorrei chiedere di poter utilizzare le sue mani congiunte, ben serrate come se si trattasse di una staffa da cavallo, così io metterei il piede come per montare a cavallo e riuscirei ad elevarmi per vedere più da vicino il dipinto. Se sia, come credo un pastello, allora lo riconoscerei al... 99% !”. “Ma é una mania di famiglia limitarsi sempre al 99% ?” chiese Joackim serrando le mani. Henri mise il piede tra le mani di Joackim, quindi si aggrappò alla sua cravatta quasi strozzandolo, riuscì infine a rizzarsi in piedi appoggiandosi alla sua spalla ed a toccare il dipinto con un dito. “E’ lui! E’ il pastello di Degas! urlò mentre nel salone entrò il Guido Manzi, del tutto somigliante con uno dei due personaggi che si erano recati a Bombay da Madame Blawatsky! “Ma che bel numero da circo ! - disse sorridendo l’arch. Guido Manzi aiutando il Conte Lautrec a scendere sul pavimento, sorprendendosi di vedere un nano. “Lieto di conoscerla - disse battendo una mano sulla schiena di Henri - ho proprio bisogno di un pò di fortuna!” “Le presento la Signora Jane Avril, di Parigi - disse il Conte -  e La ringrazio di averci ricevuto”. L’arch. Manzi, forse non avendo ben seguito la presentazione, si rivolse a Jane dicendo: “Je suis enchantè Madame Lautrec”, ricevendo un sorriso pieno di gratitudine. “A cosa debbo questa vostra visita?” chiese il Manzi dopo che tutti si accomodarono. “Emh, emh... - si schiarì la voce Joackim - i Signori Lautrec vengono da Parigi. E’ stato un viaggio un pò lungo... voglio dire molto lungo... diverse decine d’anni”. Poi tagliò corto: “ Guido, devi credermi senza farmi troppe domande, Il Conte Lautrec é Henri de Toulouse Lautrec in persona, il famoso artista, venuto qui per chiederti se l’ing. Michele Manzi fu un tuo parente”. Manzi ebbe un’espressione inebetita e rispose cercando lentamente le parole: “Joackim, ci conosciamo da diversi anni e, lasciami dire, apprezzo la tua smisurata fantasia e creatività, quindi apprezzo la trovata che trovo divertentissima per cui il qui presente Conte Henri de Toulouse Lautrec, il vero artista, sia sopravvissuto per circa cent’anni, dico ‘circa’ perché non ricordo per certo quando i libri di storia dell’arte lo abbiano dato per morto... d’altra parte, si sa che gli storici mentono sempre, no? Diamo quindi per ammessa e non concessa la vera identità del Conte Lautrec e veniamo al nocciolo della questione, se l’ing. Michele Manzi fosse un mio parente. Ebbene, mio padre si chiamava anche lui Michele, poiché prese il nome da un suo “zio” che forse non era il fratello di mio padre ma un suo cugino. Ma benché in famiglia avessimo fatto delle ricerche anagrafiche a Napoli ed Ischia, dalle cui località siamo originari, sembra che i documenti siano letteralmente spariti. Volatizzati. Qualcuno, per un motivo più che plausibile, quello di eliminare ogni pretesa sui dipinti che Lei, Conte Lautrec, avrebbe donato a mio zio Michele, eliminò ogni traccia della nostra parentela con il Michele Manzi che voi cercate. Ma poi, perché lo cercate?” chiese rivolgendosi al Conte Lautrec ed alla sua creduta moglie Jane. “L’ing. Michele Manzi fu un mio socio nella stamperia dei manifesti di Parigi - rispose il Conte Lautrec - ed io posso provarLe di essere l’autentico Henri de Toulouse Lautrec perché riconosco il pastello di Degas che Lei, arch. Manzi, ha alle sue spalle”. L’arch. Manzi si voltò verso il quadro e disse: “Di Degas? Questo dipinto secondo Lei é di Edgar Degas? Ma pensi un po’, io credevo che fosse un dipinto di Henri de Toulouse Lautrec, l’amico di mio zio!”. “Non é un dipinto, ma un pastello, opera molto più difficile da farsi poiché usando i pastelli non si possono correggere gli errori. Si deve eseguire l’opera tutta di primo tratto, senza indecisioni. La donna rappresentata la conosco bene, é sua sorella. Questo dipinto pastello non é stato fatto da me, posso assicurarlo personalmente! Ugualmente posso confermarLe che regalai diversi miei disegni a suo zio Michele, cosa che il mio amico Maurice Joyant mi rimproverò spesso per non averli donati a lui”. “Pertanto é tutto confermato se pur al 99% aggiunse Joackim - ed io te lo confermo per l’1% mancante. Lui é proprio Henri de Toulouse Lautrec!”. “Bene, visto che é l’ora della verità, posso dirvi che io ereditai questo dipinto da mio padre Michele - disse l’arch. Manzi - e che mio padre mi disse di averlo a sua volta ricevuto a ricordo di questo suo cugino ing. Michele Manzi che portava il suo stesso nome. Molto strana questa coincidenza, e la vostra visita mi appare come un sincronismo straordinario  che mi lascia stupefatto. Caro Conte Lautrec, penso che Lei a questo punto possa e debba aggiungere ciò che Lei sa e che io non ho detto, forse la prova della sua autenticità...”. Il Conte Lautrec si alzò in piedi, con gli occhi lucidi, mentre una lacrima gli scendeva sulla guancia. Jane premurosa gli offrì il suo fazzoletto: “Mon chér, io ti amo quando ti commuovi!”. “Grazie Jane, anch’io ti amo, e te lo dico di fronte a questi testimoni del mio amore per te. Questo é un momento importante per noi ma soprattutto per me”.  Tacque un momento come per prendere il fiato che era mancato a tutti i presenti. Quindi aggiunse: “Sono confuso, sono in questo momento un po’ a Parigi ed un po’ a Torino, nello stesso momento. Forse non dovremmo essere qui, tuttavia lo siamo come in missione non solo per una autenticazione ma per fare emergere una verità... Ebbene, in sincerità vi dico che questo pastello me lo regalò Edgar Degas il giorno che io ne feci una copia talmente simile che era quasi indistinguibile. Solo io avrei saputo distinguerlo per un piccolo numero che avevo scritto e nascosto sotto una pagina del giornale che sua sorella stava leggendo. Poco fa ho verificato, il mio numero non c’é, quindi sono certo che quest’opera sia di Degas. Ma devo dirvi un’altra verità: io portai questo dipinto nella stamperia assieme alla copia che avevo eseguito, con l’intenzione di trarne un manifesto. Questo dipinto andò perduto, or so che me lo sottrasse il mio amico e socio Michele Manzi col quale ho bevuto acqua ed assenzio proprio due giorni fa!”.  L’arch. Guido Manzi a questa dichiarazione si agitò. Si voltò verso il dipinto. Poi si mise le mani sugli occhi, come per cacciare un pensiero indesiderato oppure per cercare un momento di isolamento e meditazione. Quindi si alzò e senza proferire parola, staccò il pastello dal muro e con gesto solenne fece lentamente mezzo giro del tavolo per fermarsi davanti a Madame Jane Avril Lautrec. “Madame - disse - un quadro potrà valerne decine grazie alla testimonianza di suo marito il Conte Henri de Toulouse Lautrec, pertanto mi permetta di farLe dono di questo pastello che così torni da dove é giunto!”. Sorpresa e commossa Jane rispose: “La ringrazio, arch. Manzi, ma io ed Henri non siamo sposati, c’é un equivoco, mi dispiace. Accetto comunque il suo dono poiché se Henri volesse, su di me potrebbe contare...”. Henri ridendo, salì sulla sedia, o forse si inginocchiò sulla sedia per sembrare più alto: “Jane, credimi, non é per riavere questo quadro al quale tenni molto, comunque quanto meno come regalo delle nostre future nozze sarebbe ben accetto, ah ah..”. Una segretaria in quel momento opportunamente entrò nel salone portando una bottiglia di vino bianco fresco, giusto adatto per l’occasione di un brindisi. Prima di accomiatarci, il Conte promise all’Architetto Guido Manzi di fargli pervenire una dichiarazione giurata su quanto gli aveva detto, in modo da metterlo in condizione di pretendere la restituzione dei dipinti dello Zio, ovunque fossero finiti. Sulla porta, nell’ultima stretta di mano, l’arch. Manzi sussurrò al Conte Lautrec: “Ma mi dica una cosa Signor Conte: ma come farà mai Lei a registrare da un Notaio italiano una dichiarazione giurata, se non disporrà di un documento di identità valido?”. Ma oramai Jane, col pastello di Degas in mano, era già sul discensore che lo chiamava: “Henri, ti prego, vieni! Ti stiamo aspettando!”. Fu chiaro a tutti. Dovevamo trovare un documento valido per Henri ! 


Henri de Toulouse Lautrec  


Jane Avril

Dicembre 2011, H.T.Lautrec, per coronare il suo sogno d'amore con Jane Avril , necessita dei documenti per il loro matrimonio (visita al Comune di Torino). La musica di Fred Buscaglione, ricordi di fatti accaduti a Parigi cent'anni prima.
“Dove si va?” chiese il Conte Lautrec facendo ginnastica, alzandosi sulla punta dei piedi. “Dovremo cercare un documento d’identità per te Henri, cioé per noi...” rispose Jane. “A Parigi saprei dove andare! Dal mio amico Commissario di Polizia Monsieur Durand del dipartimento di Faubourg Saint Honoré, lui mi farebbe avere il documento necessario con una sua semplice dichiarazione, indiscutibile! - rispose Henri - e, se glielo chiedessi, magari ci sposerebbe anche civilmente! Purtroppo qui a Torino non ho amicizie... che siano sopravvissute per oltre cent’anni”. Joackim mantenne la calma e propose: “Si potrebbe andare tutti al Palazzo Comunale di Torino, là io avrei un amico che potrebbe risolverVi il problema senza starci neanche ad ascoltare”. “C’est magnifique! - disse il Conte Lautrec incominciando a saltellare, qui ci vuole un amico importante che prenda... come dite voi in Italie... prendere la ‘mazzetta’? C’est à dire... le cadeau... un regalo. Io potrei fargli il suo ritratto!”. “che grande idea, Henri! - disse Jane - ma dovremmo portare un grande foglio, la matita e dei colori... Io devo ancora avere con me il rossetto indiano”. “Amici, state tranquilli! Il mio amico non prende la ‘cagnotta’, se no che amico sarebbe? E poi é una persona onesta, se ci aiutasse lo farebbe per un sacrosanto principio: chi ha avuto per meriti o per destino la possibilità di arrivare in alto, deve prestarsi ad aiutare il prossimo se non altro per spirito di servizio”. “E’ una persona moto alta?” chiese Henri incuriosito. “E il Direttore Generale del Comune”. Henri fece un balzo: “La Comune? Da noi a Parigi la Comune tagliava la testa a tutti con la ghigliottina... zac ! Sarà sicuro andare dove tu dici?” Intervenne Jane che sapeva conosceva meglio di Henri la lingua italiana avendo imparato a cantare ed a ballare da una sua amica, Agostina Segatori, quando andava a mangiare al ristorante ‘Le Tambourin’, a Parigi. Lì aveva conosciuto Oscar Buscaglione, il compagno della sua amica Agostina, che a tempo perso le insegnava le canzoni italiane. “Henri, il Comune corrisponde al nostro Hotel de Ville, un luogo importante dove fare il ritratto al Direttore Generale, mi sono spiegata?”. “Dove potrò fare questo ritratto, non ho con me un foglio da disegno preparato con la mia speciale patinatura... non abbiamo neppure il ‘bianco di Francia’...”. Jane alzò un  dito della mano per significare di avere avuto anche lei una idea brillante: “Potremmo usare il retro del foglio del ritratto alla Clowness, quello che ti sei portato da Parigi!”. Henri mise le mani avanti: “Ah no e poi no! Io disegno solo da una parte sola, é una questione di stile. Troveremo il modo di fargli il ritratto a memoria e glielo faremo recapitare da Madame Blawatsky, per Lei non esistono né distanza né tempo, Lei si sposta anche in due posti contemporaneamente”, precisò Henri. Nel frattempo erano ritornati nella metropolitana, per ritornare sui loro passi. Erano discesi con le comode scale mobili ed erano in attesa dell’arrivo del treno automatico, senza chauffeur. “C’est magnifique! - continuava a ripetere il Conte Lautrec - sarebbe bello avere  a Parigi  una carrozza senza cavallo. Avremmo per le strade molta merda in meno, ah ah...”. Seduti in attesa del treno sulle poltroncine poste a lato di un corridoio dalle pareti e dal tetto di vetro dentro al quale vi erano i binari, Joackim fece notare loro che questa soluzione avrebbe evitato che si creassero turbolenze d’aria all’arrivo del treno. “Anche le gonne non si alzano più, ed allora... - notò Henri - non vedremo più la ‘chaussette noire’, ah ah...”. Decisamente il Conte Lautrec era molto simpatico ed il tempo trascorso con lui passava veloce. In quel momento la musica di sottofondo trasmessa dagli altoparlanti suonava la canzone di Buscaglione: “Teresa, ti prego non sparare col fucile, per la rabbia la tua bile può scoppiar!”. “Ma da dove viene questa musica ? - chiese Jane guardandosi attorno non avendo mai saputo dell’esistenza dell’invenzione della radio prima di allora. “Questa é una canzone in voga a Parigi - riconobbe Jane - me l’ha insegnata Oscar Buscaglione al Ristorante ‘Le Tambourin’! E’ uno dei pezzi forti di Aristide Bruant, il cantante dalla voce roca che si esibiva allo Chat Noir!“. “Penso che ciò sia del tutto impossibile - disse Joackim - questa canzone era in voga in Italia nel 1965 quando avevo 18 anni, e qui la cantava un certo Fred Buscaglione, un cantante anch’egli dalla voce roca”. “Posso assicurarti che é una canzone che é in voga oggi a Parigi, dico oggi 1894, vero Henri?” insistette Jane. “Oh certo, assolutamente, posso garantirlo al 99%... Vedi la canzone é dedicata a Teresa, una mia amica ‘putain’, come dite voi... una puttana di Parigi, una venditrice d’amore. Teresa é la prima donna che ha il coraggio di rivendicare i suoi diritti sindacali e si é armata di un fucile ed ha affrontato il padrone del Moulin Rouge, il locale dove pratica i massaggi e striglia l’affare... del cliente. Il Padrone l’ha implorata di non sparare e le ha assicurato di pagarle l’assicurazione contro le malattie e per la pensione! Il fatto é stato pubblicato anche dallo ‘Charivarì’, uno dei quotidiani di Parigi!”. “Ma allora, come é possibile? - chiese Joackim - Una canzone di cent’anni fa rivisitata dopo cent’anni e lanciata alla radio da Fred Buscaglione, il figlio di Oscar Buscaglione?”. “Tutto é possibile grazie a Madame Blawatsky, - rispose Henri - con ciò Fred avrebbe cantato la medesima canzone a Torino, ah ah... una vera coincidenza, due personaggi, il Guido Manzi ed il Fred Buscaglione, entrambi viventi e che abitano a Torino! Una città veramente magica! C’est magique! Potremmo chiedere conferma a Fred Buscaglione?”. “Non credo proprio, Fred, il celebre cantante, é morto in un incidente d’auto negli anni “50, ma so che ha avuto a sua volta un figlio che vive a Torino e che partecipa al Club dei fans di Fred Buscaglione!” In quel momento arrivò silenzioso il treno della metropolitana, le porte del corridoio di vetro si aprirono contemporaneamente alle porte del treno fermatosi in modo che le porte fossero sovrapposte precisamente nello stesso punto e si aprissero assieme in modo automatico e nello stesso momento. “C’est magnifique!” strabiliò il Conte Lautrec. Entrarono nel treno che ripartì silenzioso come un serpente strisciante nelle viscere della terra, sotto la città. 
Joackim dal treno, inviò un messaggio scritto dal suo i-Phone al Direttore del Comune: “Caro amico, posso venire a trovarti con il Conte de Toulouse Lautrec e la sua promessa sposa? Vengono da lontano ed é urgente. Grazie Jo”. La risposta non si fece attendere: “Affacciati tra mezz’ora esatta. Tempo 5 minuti, poi ho riunione più importante”. “Dobbiamo correre” - disse Joackim appena furono in strada, esortando il Conte  Lautrec dalle corte gambe a salire su un Taxi preso al volo. Giunsero puntuali e Joackim sbrigò le formalità consegnando al piantone la propria carta d’identità e dichiarando il Conte Lautrec e la Sua promessa sposa come ospiti del Direttore Generale. Salirono al terzo piano e furono introdotti dalla segretaria in una sala d’attesa dove era esposta oltre alla bandiera della Città di Torino anche una bandiera della Juventus, la squadra di cui il Direttore Generale é un appassionato tifoso. Il tavolo delle riunioni era dotato di un microfono ad ogni posto a sedere. “Cosa diavolo sono questi coni di metallo?” - chiese il Conte non avendo mai visto dei microfoni. Joackim gli spiegò come fosse possibile trasformare la voce in onde sonore in maniera che queste onde corressero lungo dei fili di rame e fossero ricomposte e rese comprensibili da un apparecchio ricevente, in pratica il concetto del telefono via filo di cui Henri aveva già visto a Parigi degli apparecchi a manovella.Tuttavia rimase sbalordito quando apprese che il Direttore Generale che avrebbe conosciuto quel giorno, fosse il primo uomo bionico della storia, dotato di un “micro-cip” nel cervello  per ovviare ad una sordità causata da un incidente. Quest’uomo bionico avrebbe ascoltato le parole del Conte Lautrec solo se fossero state pronunciate al microfono e trasmesse al suo cervello tramite “wireless”, senza filo, infine ricevute da un impianto elettronico impiantato sotto il cranio, per cui Joackim raccomandava di parlare lentamente ed in modo molto chiaro e, soprattutto, di non fischiare e non stropicciare la carta stagnola del pacchetto di sigarette poiché questa avrebbe fatto un rumore molto fastidioso. Ad un certo punto il Direttore Generale entrò sorridente e apparentemente contento di rivedere Joackim, il suo amico portatore sempre di storie inusuali. “Cosa c’é di nuovo di tanto urgente?” gli chiese. Joackim aprì la mano e stese il braccio destro per presentare i suoi amici, pronunciando  chiaramente il loro nome, tuttavia con l’impianto fonico che sembrava non essere funzionante. Infatti il Direttore “bionico” dopo aver dato alcuni colpetti al suo microfono, lo ripose chiedendo scusa per il contrattempo e dichiarando di affidarsi alla lettura labiale per mezzo della quale aveva imparato a leggere le parole pronunciate con le labbra. Così dicendo si soffermò ad osservare il Conte Lautrec a sua volta a disagio per via dell’altezza della poltrona. Dopo che Jane gli ebbe sistemato un alto cuscino sulla sua poltrona, Henri incominciò a esporre il perché avessero bisogno di un documento di riconoscimento della loro identità: “Lei potrà non crederci ma noi veniamo da lontano senza documenti di  identità e questo ci impedisce di sposarci”. Il Direttore si rivolse verso Joackim: “Scusami ma non capisco bene, dovresti dire al tuo amico di pronunciare le parole senza mangiarsele. Perché sono impediti di spostarsi? Dove desiderano andare? Chi glielo impedisce?”  “Chiedono un documento per sposarsi - scandì Joackim facendo il segno di unire le due dita indice delle sue mani - non per spostarsi. Dopo essersi sposati torneranno a Parigi”. “Molto bene, avrei da restituire un libro a mia nipote che abita a Parigi, se potessi approfittarne mi restituirebbero il piacere. Per quanto al documento di identità credo che si possa risolvere con una auto-dichiarazione del Conte Lautrec accompagnata da una dichiarazione di un testimone che dichiari di conoscerlo con la massima sicurezza”. Detto ciò il Direttore estrasse dal cassetto un libro blu, avente come titolo “Iside svelata” di Helene P. Blawatsky ! Il Conte Lautrec fece un salto dalla sorpresa rischiando di ruzzolare dalla poltroncina: “Mais c’est magnifique, c’est une magie!” riuscì ad esclamare, mentre il Direttore Generale, infilato il libro in una busta postale, compilava di sua mano una dichiarazione di aver conosciuto personalmente il Conte Toulouse Lautrec, quindi gli chiese il suo nome di battesimo: “Henri - rispose il Conte - Henri de Toulouse Lautrec, sì sono io l’artista di cui Lei avrà sentito parlare”. “Non sento, mi dispiace, ma ho capito che Lei si chiama Henri, vero?”. Il Conte Lautrec annuì col capo ed il Direttore Generale gli consegnò in una mano il libro da portare alla sua nipote e, nell’altra mano, la dichiarazione indiscutibile di riconoscimento della sua identità firmata dal Direttore Generale del Comune di Torino. Poi fece cenno all’orologio, il quarto d’ora a nostra disposizione era terminato. Accompagnando i tre ospiti alla porta, il Direttore li salutò e, come preso da un ripensamento, disse rivolto al Conte Lautrec: “Grazie per la commissione ed arrivederci, benché mi pare di averLa già vista. Per caso Lei é stato fotografato sulla copertina del libro dedicato al pittore Henri de Toulouse Lautrec? Forse un Suo omonimo?”. Il Conte Lautrec disse qualcosa di incomprensibile, forse un ringraziamento espresso in francese, felice di aver risolto il suo problema di accertamento d’identità e si incamminò accompagnato da quella magnifica ballerina parigina, alta e bionda come la sua cavalla. 


Dicembre 2011 - Visita di un esperto d'arte che ha difficoltà a riconoscere l'artista. Stratagemmi di H.T. Lautrec  per farsi riconoscere ed autenticare il dipinto.
“Oggi é il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, il giorno in cui la Eurghen nordica, la Regina del Sacro Regno Baltico, celebrava nell’antichità il  solstizio invernale, sveglia sveglia! Oggi é il nostro gran giorno!” così Jane alla h.8.30 del mattino, con una temperatura di -8° in giardino, cercava di svegliare il Conte Lautrec, profondamente addormentato come un Pascià tra due cuscini dentro ad una poltrona. Henri aprì e spalancò entrami gli occhi e scosse la sua grande testa di tartaruga. “Jane, Jane, ho avuto una premonizione... ho sognato che ci sposeremo a Notre Dame a Parigi!”. “Povero caro, non devi avere digerito...- rispose Jane - Ti sei già scordato che ci siamo sposati due giorni fa nella sala dei matrimoni civili, alla presenza di due testimoni fermati a caso per strada? E’ stato un vero matrimonio alla francese, come piace a noi, non é vero?”. “Forse sarà come tu dici - mormorò Henri - ma perché allora non dormiamo assieme se ci siamo sposati?”. “Avremo tempo di dormire a Parigi, al nostro ritorno. Ora dobbiamo aiutare Joackim a far autenticare il suo dipinto ‘La tavernetta’...”. “Niente di più facile ah ah... sarà la prima volta in assoluto che l’artista arrivi dal passato, in missione per autenticare il suo quadro, sarà il dipinto di Re Mida, il più prezioso del mondo anche per merito tuo, ah ah...”. “Per merito mio?” chiese sorpresa Jane. “Certamente, questo dipinto contiene dei giochi di parole che nessuno riuscirà mai ad intuire,  in particolare la tua  ‘chaussette noire’  ah, ah...” se la rise di gusto Henri. “ Sai a che ora arrivi l’esperto d’arte della Casa d’Aste, forse la Christie, che é stato invitato da Joackim per visionare il mio dipinto?”. “Hai tempo di farti una doccia calda e una bella colazione, arriverà col primo aereo della British Airways all’aeroporto di Caselle. Mi pare si chiami R. Loyd, immagino che si chiami Rudolf Loyd o Ronny Loyd o Richard Loyd, nel messaggio sul telefono cellulare non era specificato il suo primo nome” disse Jane dando prova di aver appreso velocemente l’uso degli strumenti moderni. “Ah Ah... a pensarci bene, a pensare come vanno le cose, non mi stupirei che questo Signore possa essere il nipote del mio amico Richard Loyd, l’esperto di arte indiana ed orientale!”. In quel momento arrivò nel salotto Joackim, perfettamente vestito come la sera precedente. “Henri, ho avuto una idea stupenda. Un piccolo trucco per fare una bicicletta all’esperto inglese..!”, “Una bicicletta? In India tutti vanno in bicicletta, a Parigi invece preferiscono i cavalli - commentò Henri - ma a Londra vanno a piedi, stanno costruendo la “Tube”, una metropolitana sotterranea dove in un tubo corre un treno col conducente che crea un incredibile vento, niente a che vedere con quella di Torino!” “Henri, non hai capito. Una bicicletta é un gioco logico per trarre in inganno l’esperto d’arte in modo che autentichi un dipinto autentico anche se volesse riconoscerlo come falso per motivi suoi”. “Un gioco alla napoletana, direbbe il mio amico Degas! - disse il Conte Lautrec - allora spiegami questa tua idea”. “ Elementare Watson! “, esclamò Joackim apprestandosi a dimostrare la sua idea: “ E’ un pò come scavargli la fossa sotto i suoi piedi... mi ha aiutato nell’idea il mio amico Prof. Fosforo, che per molti anni lavorò nei servizi segreti militari, esperto di controspionaggio. Lui sostiene che occorre far credere di sapere le cose che l’esperto sa ma che non rivela di sapere e che non può sapere che tu le sappia. Si gioca di anticipo e l’altro ci casca. Per capirci... é un po’ come dire inaspettatamente alla moglie ‘...mi ha telefonato il tuo amante chiedendomi scusa per non avermelo detto prima’... semplicemente la cosa ti spiazza...”. “Non capisco ma fa lo stesso. Vieni al punto, Joackim”. “Vedi, abbiamo pensato che gli inglesi vanno pazzi per le scommesse, soprattutto quelle che si fanno alle corse dei cavalli. Ora se tu scrivessi sul retro del foglio una frase che l’esperto conosce, del tipo...mmmm....ci sono: < 5, 4, 3, 2, 1 via! > con la tua firma, cioé la progressione inversa dei secondi che precedono la partenza dei cavalli alle corse, e poi tu dicessi all’esperto a bruciapelo che saresti in grado di dimostrare la  autenticità del tuo dipinto con un segreto per cui gli provi che il numero 5 corrisponde in realtà alla prima “premiére”, l’esperto rimarrebbe perlomeno perplesso. A quel punto tu potresti proporre di scommettere: se rivelando i tuo segreto lui lo riconoscesse, allora perderebbe la scommessa e onorerebbe il suo debito nel riconoscerti il dipinto autentico!”.
“C’est magnifique! - esclamò Henri - ma credo di continuare a non capire. In effetti io davo il numero 5 al primo disegno, ed i numeri progressivi inversi ai disegni successivi. Come fai tu a saperlo? Non l’avevo mai detto a nessuno”. Jane assisteva in silenzio a questi folli discorsi e volle intromettersi con una riflessione molto pratica: “ Già, caro Henri, ma se tu avessi datato le tue opere, o se qualcuno lo avesse fatto per te, potresti dimostrare questo tuo segreto!”.   “Sì, ma Joackim non  i ha risposto: come facevi tu a saperlo?” . Joackim si illuminò e sorrise: “Bè, ho dato un’occhiata al libro “Iside Svelata” della Helene P. Blavatsky, il libro che devi riportare a Parigi.  Nella prima pagina bianca, c’é questa serie di numeri inversi con la tua firma: H.T.L !”. “C’est magnifique! Madame Helene ci sta aiutando come Le avevo chiesto! Sicuramente potrebbe funzionare!”. Henri  saltò giù dalla poltrona ed andò a prendere il foglio sul quale aveva ritratto la Clowness Cha-U-Kao. Sul retro, con un lapis, scrisse minutamente <5-4-3-2-1 vià! H.T.L.> poi, preso un cartone acquistato in un deposito di carte antiche, lo incollò con una colla vegetale preparata fin dal giorno prima con una speciale ricetta appresa dal suo primo Maestro di pittura. Quando Richard Loyd suonò alla porta, volle andare lui ad aprire. E lo riconobbe” “Richard, anche tu qui?”.  “Sì, sono Sir Richard, lavoro per diverse case d’Aste e Lei invece é.... ma dove ci siamo già conosciuti?” - disse Sir Richard dopo un attimo di perplessità. “Vecchio mio - esclamò confidenzialmente il Conte Lautrec - credevo che tu fossi tornato per mare dall’India direttamente al porto di Londra ma vedo che anche tu hai usato la “Balwatsky velox-line”... é così che é andata? ! Accomodati, il padrone di casa é temporaneamente assente, faccio io gli onori di casa !”.Sir Richard aggrottò sorpreso le sue folte sopracciglia.
“Guardi... forse Lei mi confonde con qualche persona che mi assomiglia. Non mi pare di averLa mai conosciuta benché anche Lei mi ricordi qualcuno... ma devo sbagliarmi, mi scusi... da un pò di tempo mi sbaglio spesso, come si dice... prendo lucciole per lanterne!”.   Il Conte Lautrec continuò ad osservarlo in volto avvicinandosi tanto da odorarne il fiato: “Se mi sbagliassi, comunque che somiglianza caro Richard Lei ha con un altro Richard, un mio carissimo amico che non vedo oramai da molti mesi... direi forse anni, molti anni” disse passandosi una mano sul testone di tartaruga e accompagnano l’ospite appoggiandosi al suo braccio per meno zoppicare. “Strana combinazione - disse Sir Richard accomodandosi in poltrona - mio nonno si chiamava Richard Loyd ed infatti mi dicono che io gli assomigli moltissimo. Per la legge di Mendel si acquisiscono non solo i tratti genetici dei nonni ma anche lati del loro carattere”. “Suo nonno si occupava d’arte?” chiese curioso il Conte Lautrec. “Credo di sì, a giudicare dai reperti orientali che ho ereditato” rispose Sir Richard. “Ci siamo! Allora é suo nonno che io frequentai quando da ragazzo trascorsi una breve vacanza di studio a Londra... e si andava a cercare dai trova robe in Maddington Street i vasi rotti, poiché male imballati, che provenivano dalla Cina”. Il Conte Lautrec si accorse di aver detto qualcosa che sarebbe apparsa temporalmente impossibile, essendo trascorsi più di cento anni ma gli parve che Sir Richard non avesse fatto caso a questo particolare. Quindi proseguì: “Devo dirLe che erano pezzi d’antiquariato di poco valore, delle vere porcherie se non dei vasi farlocchi, copie di copie, per capirci”. Sir Richard ebbe un tic ad un occhio ma si ricompose. “Sono venuto, se non sbaglio, per esaminare un disegno di un artista francese - disse estraendo un foglietto ripiegato dal taschino e pulendo gli occhiali con uno sputo di saliva - mi pare si chiami Henri Tolosa de Latrec... no, leggo meglio: Henri Toulouse Lautrec, giusto?”. Il Conte Henri de Toulouse Lautrec balzò in piedi: “Mi permetta di correggerla Sir Richard. Io mi chiamo Henri de Toulouse Lautrec, la mia famiglia risale all’anno 1200 se non prima mentre la Sua famiglia, se ben ricordo suo nonno, aveva le pezze al culo!”. “Please... - accondiscese Sir Richard - non é il caso di rivangare, d’altra parte io non mi occupo di antiquariato orientale ma di pittura moderna, sono un esperto del periodo impressionista e devo dire che, almeno in questo, il mio fiuto non si sbaglia. Possiamo procedere se vuole, potrò dedicarle non più di un’ora, poi dovrò correre all’areoporto dove vi é solo un aereo alla settimana per tornare a Londra. Non mi é parso affatto una scalo internazionale! D’altra parte mi dicono che sulla linea ferroviaria, da quando é gestita dai No-TAV, hanno imposto le carovane turistiche di cammelli”, disse Sir Richard cercando di spostare l’oggetto del discorso da un piano meno personale. Ma il Conte Lautrec, offeso a morte, non voleva darsi pace: “Quel coglione di suo nonno é andato a mie spese da Madame Blawatsky e non ha dato più notizie di sé. Deve essersi fermato diversi anni come iniziato alla Società Teosofica. Lei ne ha per caso memoria? Dovrebbe restituirmi una bella somma, ah ah...”. In quel momento entrò nel salotto la bella Jane, con in mano il libro “Toulouse Lautrec” della Skirà sulla cui copertina vi era pubblicato il ritratto alla Clowness Cha-U-Kao, ed il cartone sul quale era incollato di fresco il disegno autentico. “Le presento mia moglie Jane, Jane Avril, ne ha sentito parlare?”, Sir Richard si alzò per farle un compito baciamano, notando al suo polso un vecchio monile con un orologio incastonato. “Magnifico oggetto, with my compliments!”. “Grazie Sir Richard, ha più di... cent’anni, possiamo dirlo vero Henri? Funziona alla perfezione, come se mi fosse stato regalato pochi giorni fa”. Nel frattempo Henri aveva posto il suo disegno vicino alla finestra affinché fosse ben illuminato dal sole. “Stia attento che il sole non rovini i pigmenti - accorse premuroso Sir Richard - le litografie che si conoscono di questo soggetto sono state tutte rovinate dalla luce solare, probabilmente per mancanza di una preparazione del supporto, voglio dire della carta. Questo disegno mi sembra invece in buone condizioni. Forse é stato tenuto per molti anni chiuso in un armadio?”. “Non penso proprio - rispose il Conte Lautrec - la permanenza deve essere stata quasi istantanea, questione di pochi secondo, vero Jane?”. “Assolutamente Henri, tu nell’armadio, io nel letto” rispose ridendo. “In ogni caso, se questo disegno si fosse rovinato ne avrei potuto fare subito un altro, ah ah...” ritornò immediatamente allegro il Conte Lautrec. “Capisco, capisco... - disse l’esperto Sir Richard sputando sulle lenti dell’occhiale ed avvicinandosi ad osservare da vicino -... mi pare più che evidente che non si tratti di un’opera originaria, come dire... un’opera prigemina, ma a giudicare dalle dimensioni più che doppie rispetto alle litografie, direi che si tratti di una grande copia disegnata da qualcun altro in un periodo successivo”. “Ah! Voilà! Qui casca l’asino! “ esclamò il Conte Lautrec, girando attorno all’esperto “Lasci dire a me che sono l’autore, il padre del prigemino mio disegno, non vede che essendo il primo é di fatto il numero 5? Segue il “but de pied”, segua la direzione indicata dal mio dito indice!”. Sir Richard guardava il Conte agitare la mano e non riusciva a capire dove indicasse il suo dito indice. “Non guardi me, guardi il disegno! Non vede il dito indice sotto la scarpa della Clowness? Dove punta il dito? Jane aiuta Sir Richard, vedo che é un pò tardo a capire, per tutto simile a suo nonno Richard!”. Jane si avvicinò con un’ondata di profumo e si inchinò verso il disegno mettendo in risalto le sue dure natiche da cavalla bretone. Sir Richard non sapeva più dove guardare. “Ecco, osservi qui, Sir Richard, il dito di Henri sotto la scarpa nera. Vede? Seguendo questa direzione... - indicandola con il suo dito la cui unghia lunga era dipinta di un colore rosso indiano ben visibile - facendo il punto con l’asse della scarpa della Clowness, si realizza una triangolazione il cui apice porta sul bordo del foglio dove... sorpresa! Ecco la sorpresa di Pasqua!” rise divertita Jane facendo impallidire Sir Richard. “Questo non l’avevo notato - sussurrò Sir Richard - sembrerebbe essere un numero arabo da identificare meglio”. “Identifichi, identifichi, Richard! - esclamò il Conte Lautrec girando nuovamente attorno all’esperto come un nano saltellante. “Mi dica quale numero lei legge? Coraggio, prenda questa lente!”. “Mi pare sia il numero cinque, indubbiamente potrebbe essere stato scritto per caso, un tratto involontario della penna...”  si schiarì la voce Sir Richard. “Macché per caso! - sbotto il Conte Lautrec - per scrivere cinque bisogna saper contare almeno fino a cinque, come per riconoscerlo! Ma per capire che cinque vale uno, occorre sapere qualche cosa d’altro... vero Jane?”. “Verissimo, Henri”. “Cinque vale uno come per i Moschettieri del Re! Uno per tutti e cinque, e tutti e cinque per uno! Ah ah...” se la rise divertito il Conte Lautrec. “Ma che vuol dire? Io sono un esperto in pittura, non in disegni e questo mi pare un disegno. Dovrei consultarmi con un mio collega più esperto di me - mise le mani avanti Sir Richard - e mi riservo di farLe sapere il mio giudizio, d’accordo?”. “Eh no, caro Richard, la questione deve essere risolta qui, ora, subito, compresa la restituzione del denaro che imprestai a suo nonno per il viaggio in India e mai resa... Tuttavia potrei metterci una pietra sopra al prestito dimenticato e non parlarne più solo se Lei volesse decidere una volta per tutte se questo disegno, evidentemente autentico perchè fatto da me, sia il quinto o il primo di una serie di copie. Siamo d’accordo?”. “Ma mi scusi, caro Conte Lautrec - disse conciliante l’esperto d’arte Sir Richard - ma se ben io abbia capito, Lei afferma di aver fatto personalmente questo ritratto alla Clowness e quindi, a ragion di logica, il disegno non potrebbe essere datato 1881 o 1891, ancora da stabilire, poiché comunque Lei non può oggi, nel 1994, dimostrare né di essere l’artista Henri de Toulouse Lautrec, né di essere stato così longevo, non Le pare?” così concluse con flemma inglese e con la massima cortesia. “Perbacco, che testone che siete! - sbottò il Conte Lautrec - Le ribadisco che io sono l’artista Henri de Toulouse Lautrec, non mi riconosce? Guardi la mia statura, misuri la circonferenza del mio cranio, consideri la mia disabilità d’ambulazione per le cadute da cavallo, verifichi il mio matrimonio civile con Jane Avril, la prima ballerina del Moulin Rouge, e poi... infine... scommetta una cifra pari al debito di suo nonno sul fatto che io non sia colui che sono! E poi, se io le dimostrassi che il 5 vale 1 Lei mi riconoscerebbe senza dubbio?”.  La scommessa era posta sul tavolo, davanti al disegno da autenticare. Difficile per un inglese resistere a questa provocazione. Sir Richard assunse una posizione regale, impettito, altero. La sua dimensione corporea avrebbe sovrastato chiunque, provando di essere anche un appassionato bevitore. Inoltre aveva probabilmente anche sangue polacco nelle vene, un miscuglio genetico non da sottovalutare che gli avrebbe conferito doti da guerriero senza sentimenti e, per quanto al coraggio, pusillanime come colui che non avendo coraggio non se lo può dare. Ad ogni buon conto la sua voce si fece forte e stridula: “Sì. accetto la scommessa sul mio onore! Ora Lei mi dimostri che il 5 vale 1!”. Il Conte Lautrec, fregandosi le mani, saltellò di lato e chiese l’aiuto di Jane: “Prendi per cortesia il telefono cellulare che Joackim ha lasciato nel cassetto. E’ un modello particolare che ha incorporata una macchina fotografica con un potente ‘zoom”, in grado di effettuare delle fotografie radenti alla carta del disegno e leggere ciò che sia stato lasciato scritto sul retro della carta dall’autore del disegno. Ecco molto bene, fai tu la foto nell’angolo in alto a sinistra, dove c’é il disegno del cavalluccio marino che torna indietro invece di avanzare...”. Sir Richard seguiva con attenzione pur senza capire. “Ecco fatto, Jane ha scattato una foto ravvicinata del terzo tipo, ovvero con la lente ‘zoom’ n. 3. Ora vedremo cosa si legge sotto la carta...”. Tutti e tre erano vicini a guardare l’evento che si stava per produrre sullo schermo del telefono cellulare, infine videro tutti assieme: apparve una scritta capovolta, come la scrittura di Leonardo da Vinci. “Dovremo leggerla allo specchio?” chiese Jane, estraendo dal suo borsellino lo specchio per il trucco che pose di fronte al video del telefono cellulare. Sullo specchio apparve la scritta : < 5, 4, 3, 2, 1, via! HTL > la sigla di Henri de Toulouse Lautrec! Sir Richard sudò freddo. “Cosa significa questa sequenza di numeri?” domandò rivolgendosi al Conte Lautrec. “Elementare Watson! - rispose il Conte Henri de Toulouse Lautrec - questa é la mia sequenza porta fortuna, per cui numeravo i miei disegni partendo dal numero 5 e scalando i successivi fino al numero 1. Non più di cinque prove prima di eseguire le litografie. E questo disegno, caro Richard é il numero cinque, quindi fu il primo che eseguii. Desidera altro? “ gli domandò beffardo. “Vorrei vederci più chiaro” rispose Sir Richard. Al Conte gli si illuminarono gli occhi, ed esclamò: “Ci sono!”. Poi si sciolse il foulard che portava al collo, aprì l’alto e rigido colletto inamidato, come usava nel 1800, infilò la mano dentro la camicia ed estrasse una sottile collana d’oro con una medaglietta rettangolare: “Vede questa medaglietta? Me la regalò mia madre al mio battesimo. La scritta che vi é incisa pare siano le parole dette dal medico quando mi estrasse dall’utero di mia madre”. Sir Richard lesse ad alta voce: < 5, 4, 3, 2, 1... via, Henri é nato! >. La scommessa era vinta ed il disegno ritratto alla Clowness Cha-U-Kao (zoccoli e caos) fu dichiarato autentico da Sir Richard Loyd. Rimane ancora da discutere sulla autenticità del dipinto “La Tavernetta”, ma la cosa é certa. Lo stesso Conte Henri de Toulouse Lautrec lo riconobbe autentico al 99%, anche quando rientrò nell’armadio per tornare a Parigi. “Occorre sempre lasciare un 1% di alea, poiché il sistema divino é come la monarchia. Il Re regna ma non governa!”, queste furono le ultime parole di Jane Avril alla sua partenza.
Dicembre 1894. Il ritorno alla Tavernetta di H.T.Lautrec e di Jane Avril, un viaggio istantaneo nel tempo da Torino a Parigi. Colpo di scena: da una parte il riconoscimento dell'autenticità del dipinto, dall'altra parte l'invalidità dei documenti del loro matrimonio. Infine il riconoscimento del pronipote del Delfino di Francia nel giovane biondo cameriere.
Sulla pista da ballo della “Tavernetta” le file procedevano allineate, coppie di un uomo ed una donna a braccetto, due passi avanti e due indietro, battendo il piede e cantando seguendo le note della musica suonata dalla piccola banda del locale. Improvvisamente vi fu un trambusto nel lato della sala, un cui si trovava il tavolo del Conte Lautrec. Un colpo secco come uno sparo e la Jane Avril distesa per terra come fosse adagiata su un letto. “Cosa succede? Ma dove eravate finiti? Vi stavamo cercando da un bel pò di tempo - disse l’ing. Michele Manzi accompagnato da Maurice Joyant, l’amico più caro del Conte Lautrec - Signorina Jane posso aiutarLa ad alzarsi? Si é fatta male? Mi dia la sua mano...”. Poco più in là il Conte Lautrec si alzava da sotto il tavolo sul quale vi era ancora il fiasco di vino Barbera ed i due bicchieri vuoti. “Andiamo! Michele, non c’é nessun problema, non penso si sia fatta alcun male!” esclamò il conte Lautrec, pulendosi i pantaloni e la giacca, mentre Jane, aiutata dall’ ing. Manzi, si alzò agilmente come se niente fosse accaduto. “La prego, mi chiami Contessa Lautrec, lui ci tiene. Non l’abbiamo ancora annunciato ma ci siamo sposati...”. “Sposati? Hai sentito Maurice? Si sono sposati senza dircelo!” disse il Manzi. Maurice Joyant ebbe un’espressione di stupore e solo allora il Conte Lautrec si rese conto della straordinaria somiglianza di Maurice con Sir Richard, l’inesperto esperto d’arte. “Non abbiatevene a male se siete i primi a saperlo, ecco il documento che prova il nostro matrimonio!” disse il Conte Lautrec estraendo un foglio dalla tasca interna della sua stretta giacca. Maurice, incredulo, prese e lesse il documento intestato alla Città di Torino e datato 1994. “Ma vuoi scherzare? Questo documento non é francese e la data é sicuramente sbagliata. Credo che tu sia fortunato: il documento non é valido!”. Jane sbiancò in volto: “Come? Non é valido? Henri, é mai possibile che tu non ci abbia pensato?”. Il Conte Lautrec si passò la mano sul suo grande testone. “Che mi abbiano preso in giro? Perché non me lo hanno detto?” Eppure era chiaro, lo sapevano tutti che il documento non sarebbe stato valido in Francia... soprattutto retroattivamente...”. Jane incominciò a piangere a dirotto, invano consolata dal Manzi: “Non s’abbatta Signorina, se non la risposasse il Conte Lautrec, io sarei il primo a chiederLe la mano!”. Il Conte Lautrec nel frattempo, oltre ad aver ordinato un altro fiasco con altri bicchieri, aveva riempito i due bicchieri di vino e stava già brindando con un avventore. “Jane, Manzi, Joyant, venite a brindare! Ho da presentarvi un personaggio. So che é stato uno dei medici di Vincent van Gogh, é il Prof. Guy Fos! E’ uno specialista delle malattie mentali, in particolare della bilocazione illusoria!”. “Certamente - disse il Prof. Guy Fos tracannando il bicchiere in un sol sorso contemporaneamente al Conte Lautrec - la mia famiglia da generazioni si occupa di questioni mentali, é un fatto generazionale, abbiamo seguito l’evoluzione delle scimmie ed ipotizzato la teoria evoluzionistica dei primati ben prima del Prof. Darwin e posso dirvi che l’Uomo ‘erectus sapiens’ si evolverà ben oltre quanto abbia sperimentato il Conte Lautrec”. “Come fa a saperlo? “- chiese Henri sporgendo il testone. “Anche io appartengo alla Società Teosifica della Blawatsky e tempo verrà, caro Conte, che proprio Lei ne avrà e ne darà testimonianza!” rispose il Prof. Guy Fos con lo sguardo allucinato come fosse un veggente mentre Il Conte Lautrec riempiva nuovamente i bicchieri per tutti. Poi, come preso da un’idea improvvisa il Conte gridò: “Il disegno! Dove é finito il mio grande disegno?”. “Quale disegno?” chiese Joyant. “Mai visto!” disse il Manzi. “Era qui sul tavolo, prima di... prima che noi... andassimo...”. “Andaste dove? - chiese Joyant - Voi chi? Il Conte era con Lei, Prof. Guy Fos?”. “Ci siamo appena conosciuti in un’altro luogo - precisò il Professore - o almeno così mi pare”. Intanto il Conte Lautrec aveva chiamato il cameriere: “Eih tu, ragazzo, ha visto il mio grande disegno che avevo lasciato sul tavolo?”.  Credutosi scoperto il giovane ragazzo biondo trovò una scusa: “ Sì certo, l’ho salvato io dal tavolo incustodito, pensavo fosse un suo ritratto incompiuto e l’ho portato al banco di mescita dove l’abbiamo esposto al pubblico...”. “Esposto al pubblico? Non ci avevo pensato, la cosa non mi dispiacerebbe - disse il Conte Lautrec - ma non so se crederti. Non vorrei essere preso in giro, andiamo a vedere se veramente c’é e dove avresti  esposto il disegno!”. Il Conte Lautrec prese per l’orecchio il giovane cameriere ed il piccolo corteo, tra due ali di folla, attraversò la “Tavernetta” per recarsi al banco di mescita. “Guarda il ragazzo, come assomiglia al Delfino!” si senti gridare da una voce femminile. “Ah, il Delfino Capeto che ritorna per andare al banco di mescita!” disse ridendo un’altra voce.  Altri ridevano e si spingevano per seguire il corteo. Giunti al banco di mescita tutti fecero improvvisamente silenzio. La banda musicale aveva incominciato a far rullare i tamburi come se si trattasse di una esecuzione capitale alla ghigliottina. Ma tutti videro che il ragazzo aveva detto la verità. Eccolo là, appoggiato al muro dell’entrata, il grande disegno di Jane Avril che alza la gamba con la ‘chaussette’ nera. Sul disegno alcuni avventori avevano già lasciato dei foglietti, affissi con una puntina da disegno. Su uno di questo foglietti si leggeva a caratteri stampatello la scritta “J’attandrais ton retour” (= attenderò il tuo ritorno). Il Conte Lautrec, felice di non aver perduto il suo disegno, esclamò: “Ti regalo il disegno, ragazzo, te lo meriti per aver detto la verità! Ma lascia ancora che io lo completi...”: Il conte Lautrec estrasse dalla sua giacca una matita, prese il cartone che fungeva da supporto al foglio disegnato e lo voltò. Poi, sotto lo sguardo attento di tutti quelli che erano riusciti ad entrare nella saletta dove c’era il banco di mescita, nel silenzio generale rotto dal suono dei tamburi, voltò il cartone e vi tracciò una linea verticale, quasi fosse un filo di lana, che partiva dal bordo in alto e scendeva tesa verso il basso. Quindi, alzò nuovamente il braccio tenendo con le dita la matita come fosse un bisturi chirurgico e tracciò lentamente un secondo filo parallelo al primo... giunto a metà cartone, incominciò ad attorcigliare il secondo filo attorno al primo filo, scendendo e così attorcigliandolo fino alla base del cartone. “Non é facile da sciogliere - disse - la soluzione di questa charade (farsa) e di questo gioco di parole é aperta a tutti. Coraggio, provateci!”. Il Prof. Guy Fos fu il primo a rompere il silenzio: “Il filo attorcigliato significa il figlio preso in giro!”. “Il Prof. Fos ha ragione! Fos non é un coglione!” gridò uno. “Il ragazzo é il Capeto!” gridò un altro. “Evviva il Delfino ritornato!” gridò il Conte Lautrec. E tutti in coro gridarono : 
“Evviva! Evviva il Re”. I tamburi sospesero il loro ormai inutile rullio. La musica riprese a suonare una canzone che venne poi ripresa e divenuta celebre cinquant’anni dopo: “J’attendrais ton retour” ...
          (segue -> ultimo capitolo non divulgabile prima della realizzazione del film.
            Basti dire che il Conte Lautrec, in visita alla Expo 2015, sarà riconosciuto
            da una moltitudine di studenti accompagnati dai loro professori d'arte):
Infine si tratterà delle riprese effettuate durante il reale ricevimento offerto da Joackim nella casa avita di sua suocera, la Marchesa Claudia Berardi-Bentivoglio, al cui pranzo parteciparono tutti coloro che contribuirono alla realizzazione del film. Nel pomeriggio gli ospiti si trasferirono nel Castello di Colcavagno, con un “pulman” pubblicizzato con le immagini dei quadri di Lautrec. Giunti al Castello parteciparono ad un’asta pubblica dei due dipinti di HTL, venduti per circa 40 milioni di Euro ad un celebre mecenate russo, nipote di un famoso collezionista del primo novecento. “Speditemeli pure in Russia con il trasportatore UBS”, disse con forte accento russo l’acquirente, mentre osservava incuriosito le immagini delle stesse opere apparire su un video gigante, allorquando una forza elettromagnetica lo aspirò letteralmente dentro al video, nonostante l’accorrere di coloro che cercarono di trattenerlo per i pantaloni.
             "LA  TAVERNETTA"
                              Soggetto ideato da Umberto Joackim Barbera
                                       per una produzione cinematografica
                                 pronto per il trattamento della sceneggiatura.

Ogni riferimento a fatti e personaggi reali é del tutto casuale ed involontario
anche se potesse apparirvi desiderato ed auspicabile.                  
 L’innovazione della logica é la caratteristica del film che si basa su 
tre principi:
1. personaggi storici o leggendari 
che abbiano un bacino culturale o di seguito personale.
2. realismo e “finction” in dimensione “a-temporale”
che affascini la proiezione mentale dello spettatore.
3. utilizzo scenico di due opere d’arte
offrendo al produttore del film la possibilità di associarsi 
in partecipazione in quota sull’affare della rivalutazione dei dipinti
del valore di 15+25= 40 milioni di euro
                                         
Mancano diverse integrazioni nel percorso del racconto
oltre che l’ultimo capitolo risolutivo.


Ad esempio:
a) H.T.Lautrec ad una gara di sci per ragazzi disabili,
promossa dal Sindaco di Sestriere, Tiziana Nasi.
b) H.T.Lautrec ad una gara di golf al Circolo di Sanremo
con scommesse sul "putting green".
c) H.T.Lautrec nella squadra di calcio
nella partita cantanti-pittori a scopo benefico.

Queste integrazioni saranno forniti con la cessione dei diritti (* ) 
di utilizzo delle immagini dei due dipinti di Toulouse Lautrec
 opere d'arte fondamentali ed essenziali sui quali si sviluppa la trama del film.


    (*)  Diritti riservati a Newtel srl, via Sachero 2/5 (!0090) Sciolze (Torino)
concessi da Umberto Joackim Barbera
e-mail: <ubarbe22@gmail.com>  -    i-Phone: +39 348 5116565


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